Anno Paolino

In occasione dei duemila anni dalla nascita del Santo Apostolo Paolo,  

Sulle orme di San Paolo Gioco Interattivo

Introduzione alle Lettere di San Paolo

Tutte le lettere paoline

In the Footsteps of St. Paul

 

   

 

CONOSCERE MEGLIO SAN PAOLO

 

L´Apostolo delle Genti

Paolo di Tarso (Saulo in origine), canonizzato come San Paolo apostolo († 67), non conobbe Gesù in vita, come i Dodici Apostoli, ma fu il primo ad avere come esperienza solo quella del Cristo Risorto.

Nacque a Tarso ed in giovinezza fu mandato a Gerusalemme, dove ricevette un insegnamento rigoroso della Legge presso il rabbino Gamaliele il Vecchio.

Dopo alcuni anni tornò a Tarso, poiché non era presente a Gerusalemme durante la predicazione di Gesù, e fece ritorno a Gerusalemme dopo pochi anni dalla passione del Cristo.

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In questa fase della sua vita Saulo fu un attivo fariseo: fu testimone della lapidazione di Stefano tenendo gli abiti degli uccisori, come descritto negli Atti degli Apostoli (At 8, 1-3), e presto ricevette il compito di andare a Damasco ad imprigionare i cristiani di quella città (At 9,2) essendo particolarmente zelante e deciso contro la religione di Gesù, che cominciava a diffondersi e affermarsi.

La sua conversione avvenne sulla strada per Damasco, quando improvvisamente una luce dal cielo l’avvolse e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: “Saul, Saul, perché mi perseguiti?”.

Saulo rimase senza vista e brancolando, e per tre giorni restò in attesa di qualcuno, digiuno e sconvolto da quanto gli era capitato; da quel momento, si può dire, nacque Paolo, l’apostolo delle Genti: egli decise di ritirarsi nel deserto, per porre ordine nei suoi pensieri e meditare più a fondo il dono ricevuto, e qui trascorse tre anni in assoluto raccoglimento.

Confortato da questa luce, dopo il ritiro ritornò a Damasco e si mise a predicare con entusiasmo, suscitando l’ira dei pagani, che lo consideravano un rinnegato e tentarono di ucciderlo, cosicché fu costretto a fuggire.

Rifugiatosi a Gerusalemme, si fermò qui una quindicina di giorni incontrando Pietro il capo degli Apostoli e Giacomo, ai quali espose la sua nuova vita.

Gli Apostoli lo capirono e stettero con lui ogni giorno per ore ed ore, parlandogli di Gesù; ma la comunità cristiana di Gerusalemme era diffidente nei suoi riguardi, memore della persecuzione accanita che aveva operato; soltanto grazie alla garanzia di Barnaba, un ex levita di grande autorità, i dubbi furono dissipati e fu accettato.

Anche a Gerusalemme, nei quindici giorni della sua permanenza, Paolo cercò di fare qualche conversione, ma questa sua attività missionaria indispettì i giudei e impensierì i cristiani, alla fine non trovandosi a suo agio, si recò prima a Cesarea e poi tornò a Tarso in Cilicia, la sua città, riprendendo il mestiere di tessitore.

L´incontro di Pietro e Paolo

Dal 39 al 43 non vi sono notizie sulla sua attività, finché Barnaba, inviato dagli apostoli ad organizzare la nascente comunità cristiana di Antiochia, passò da lui invitandolo a seguirlo; qui Paolo abbandonò per sempre il nome di Saulo, perché si convinse che la sua missione non era tanto fra i giudei, ma fra gli altri popoli che gli ebrei chiamavano ‘gentili’; fu ad Antiochia che i discepoli di Cristo furono denominati per la prima volta come “cristiani”.

Con Paolo, in pochi anni ed in modo ardente, “la Parola esce da Gerusalemme" e "la Legge esce da Sion”, come era stato profetizzato dal profeta.

 

LA CONVERSIONE A CRISTO

. L´EBREO SAUL STUDIA A GERUSALEMME

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Paolo nasce poco prima dell’anno 10 della nostra era, in una famiglia ebrea di Tarso, in Cilicia (l’attuale Turchia orientale). Riceve il nome biblico di Saul ed il nome romano di Paolo (suo padre, avendo acquisito la cittadinanza romana vuole forse manifestare una qualche sconosciuta gratitudine alle genti dei Pauli). Viene educato a Gerusalemme.

“E’ ai piedi di Gamaliele l’Anziano che sono stato formato all’osservanza esatta della Legge dei nostri Padri, invaso dallo zelo di Dio” – Dagli Atti, egli è “Fariseo, figlio di Farisei” (At. 23,6) e “circonciso l’ottavo giorno” (Ph 3,5-6).

 

2. IL PERSECUTORE

Al martirio di Stefano, “i testimoni deposero il loro mantello accanto ad un giovane chiamato Saul… Egli era fra quelli che approvavano questo omicidio e che scatenarono una persecuzione violenta contro la Chiesa”.

Saul, che difendeva con zelo “le tradizioni dei Padri” (Gal 1.14) avrebbe addirittura potuto far parte dei Zeloti (At 22,3), e ciò spiegherebbe la spedizione a Damasco a caccia dei missionari ellenisti che contestavano il Tempio, come Stefano, “per piegarli, anche a costo della tortura” (At 25,6,9-11). Questo farebbe anche luce su due episodi strani: Paolo mal si aggrega alla Chiesa di Gerusalemme e deve fuggire in seguito a minacce di morte (At 9,26-30); più tardi, quaranta Ebrei faranno voto di uccidere Paolo, allora prigioniero dei Romani (At23,12-22), ed è risaputo che il partito zelota puniva coloro che tradivano il loro giuramento.

3. LA CONVERSIONE / VOCAZIONE

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Gli Atti riportano la celebre frase sentita sul cammino verso Damasco: “Saul, Saul, perché mi perseguiti?”

Il racconto che Paolo stesso dà sull’apparizione del Resuscitato tradisce un grande subbuglio interiore, secondo le vocazioni/conversioni profetiche del Vecchio Testamento, portatrici anche di una missione: “Quando Colui che, fin dal seno materno, mi ha messo a parte e richiamato alla sua grazia, si degnò di rivelarmi suo Figlio, affinché io possa annunciarlo fra i pagani, subito….”(Gal 1,15-17).

La “conversione” radicale di Saul non rappresenta per lui un cambiamento di religione: egli si sente più ebreo che mai, poiché è il “Dio dei Padri” che lo manda a predicare il Vangelo. L’evangelizzatore dei pagani continuerà a predicare agli Ebrei per quanto gli sarà possibile, fino al suo ultimo richiamo, a Roma. La conversione ed il battesimo di Paolo significano che egli ha scoperto il suo vero e giusto posto nella vita di Israele.

Si ignora la data di questo avvenimento capitale; la Lettera ai Galati potrebbe indicare gli anni 33-35, poco dopo la costituzione della prima Chiesa, a Gerusalemme, creata intorno a ”Pietro con gli Undici” (At2,14).

 

GLI INIZI DEL MINISTERO

4. GERUSALEMME : L´INCONTRO CON PIETRO

“Tre anni dopo”, Saul va a Gerusalemme per fare la conoscenza di Kephas (da “Pietra”, in greco), il nome che darà sempre a Pietro – e “rimane quindici giorni presso di lui”. Senz’altro questo ultimo gli insegna la tradizione orale relativa a Gesù che Paolo non ha conosciuto (cf. 1Cor 11,23- 35), ed anche una interpretazione cristologica dei profeti, secondo l’insegnamento del Maestro fra i suoi discepoli.

La visita è discreta: l’unico altro dirigente della Chiesa che Paolo vede è “Giacomo, il fratello del Signore”, Paolo si è arricchito spiritualmente presso la Madre-Chiesa, tuttavia non è riuscito ad integrarvisi, probabilmente a causa del suo passato di zelatore o zelota. Sfugge addirittura ad un tentativo di assassinio da parte di ebrei di lingua greca. (At 9,29-30).

Viene fatto partire per Tarso, ove riprende il mestiere di costruttore di tende, continuando a proclamare la sua fede alla sinagoga (At 18,3). Sono anni di maturazione personale.

5. ANTIOCHIA : INIZIO DELL´AVVENTURA MISSIONARIA

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Agli inizi degli anni 40, Barnaba viene inviato dalla Chiesa di Gerusalemme ad Antiochia di Siria per riprendere in mano questa Chiesa fondata dai missionari ellenisti scacciati da Gerusalemme. Si reca a Tarso per cercare l’aiuto di Paolo, e diventa uno dei dirigenti della comunità, evangelizzando con grande successo. E’ il primo distacco dall’ambiente della sinagoga, poiché Paolo predica anche ai Greci. Si forma così una comunità mista. L’ ”invenzione” del titolo di Cristiani usato per la prima volata ad Antiochia, rappresenta uno dei più bei frutti della predicazione di Saulo in questa città.

La Chiesa di Antiochia sarà d’ora in poi il centro di diffusione del Vangelo e vivrà indipendente dal Tempio e dalla vita in Giudea.

Questa comunità di Antiochia dispone di una formazione ed una organizzazione solide. Così, nel corso di un’assemblea di preghiera, l’ispirazione della comunità conferma la vocazione personale. La voce dello Spirito Santo si fa sentirei: “Scegliete per me Barnaba e Saulo per l’opera per la quale li ho chiamati”; allora, l’assemblea prega, digiuna, impone le mani sui due uomini. E li manda in missione.

Barnaba e Paolo prendono il mare verso Cipro. E’ ancora lo Spirito Santo che li manda in questa direzione: annunciano il Vangelo nelle sinagoghe a est dell’isola, a Salamina, poi ad Ovest, a Pafo. Luca da questo momento chiamerà Saul con il suo nome romano Paolo, sottolineando così che egli ha pieno titolo nella sua missione di andare verso “le nazioni”.

6. FONDAZIONE DI CHIESE IN ASIA MINORE…

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Immersione in terra pagana, al di là del Tauro, in quattro città strategiche per Roma, sulla via di Sebastopoli. Luca colloca il primo importante discorso missionario di Paolo alla sinagoga di Antiochia di Pisidia, nuova colonia romana; davanti alla brutta accoglienza da parte di una maggioranza di Ebrei, Paolo si indirizza verso i pagani. Paolo e Barnaba si recano allora ad Iconio, Listra e Derbe. I due Apostoli rinsaldano le giovani comunità.

Da una parte, incoraggiano la vita comune tra credenti provenienti dal giudaismo e nuovi convertiti provenienti dal paganesimo, attirandosi l’inimicizia dei capi delle sinagoghe dove predicano. Dall’altra, nominano degli “anziani”, secondo il modello della chiesa di Gerusalemme. Compiuta questa missione, ritornano alla grande città di Antiochia di Siria.

 

 

IL CONCILIO DI GERUSALEMME

7. IL CONCILIO DI GERUSALEMME

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Verso l’anno 48 viene posto ad Antiochia il problema che riguarda l’opportunità della circoncisione per i non-Giudei, quando dei cristiani provenienti dalla Giudea reclamano la “libertà acquisita in Cristo Gesù”, che anche Paolo e Barnaba invocano per non imporre questo rito ai cristiani provenienti dal paganesimo.

La comunità decide allora di interpellare gli Apostoli e gli Anziani di Gerusalemme e vi mandano Paolo e Barnaba, insieme al loro compagno greco Tito, accompagnati da una delegazione.

Apostoli ed Anziani di Gerusalemme accettano Tito, “non circonciso”, riconoscendo così la validità dell’annuncio di Paolo riguardo alla libertà della grazia. L’Assemblea conferma anche i principali responsabili della Chiesa e riconosce la vocazione missionaria di Pietro per i circoncisi e di Paolo per i non circoncisi. Di fatto, avviene una forma di spartizione del campo missionario: Giacomo, Kephas e Giovanni verso gli Ebrei, mentre Paolo e Barnaba, i pagani.

8. L’INCIDENTE DI ANTIOCHIA

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L’incidente avvenuto durante la visita di Pietro ad Antiochia testimonia della rettitudine di Paolo, per il quale la verità del Vangelo non ammette adattamenti. Cosa fu? Un cristiano ebreo circonciso non poteva, allora, sedersi alla tavola di un cristiano pagano senza incorrere nell’impurità. Ora, nel contesto di Antiochia, Pietro è testimone della supremazia della fede in Cristo che raccoglie a sé tutti gli uomini, e vi contrasta questo principio… fino all’arrivo dei cristiani inviati da Giacomo, che presiede la comunità di Gerusalemme (quindi ecco che cela i suoi sentimenti). Paolo allora si inalbera: “Gli resistetti in faccia, poiché aveva torto”.

Il compromesso deciso a Gerusalemme proteggeva l’esistenza delle comunità miste che Paolo aveva predicata presso le giovani Chiese dell’Asia Minore. Tuttavia la piena comunione tra circoncisi e non circoncisi risultava problematica. La salvezza di Gesù Cristo è dunque da considerarsi secondaria? Paolo rivendica la nuova vita nella fede, il dono dello Spirito e la supremazia della divina promessa sulla legge… Il contrasto avviene tra Giacomo e la Chiesa di Gerusalemme, con Pietro e Barnaba (esitanti, che si alleano a Giacomo), con la stessa Chiesa di Antiochia che convalida questo compromesso (At 15,40). Solo, lo seguirà Sila. Dopo questo lungo noviziato durato 15 anni si dischiude per Paolo un nuovo periodo.

 

VERSO LA GRECIA

 

9. LIDIA E LA CHIESA DI FILIPPI

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Troia, Paolo sente in una visione il richiamo di un Macedone: “Passa in Macedonia e vieni in nostro soccorso!” Subito, egli veleggia verso la Grecia e si ferma a Filippi, città commerciale e colonia romana popolata da veterani e da contadini latini, ove il giudaismo è influenzato dall’ellenismo.

La casa di Lidia, commerciante di porpora, che si fa battezzare con tutta la famiglia e ospita i missionari durante il loro soggiorno, diventa il centro di una comunità che si forma celermente e sarà una delle più fedeli a Paolo, portandogli affetto e aiuti materiali (2 Cor 11,8). E’ con essa che vorrà celebrare la Pasqua, qualche anno dopo, prima della sua partenza definitiva dalla regione del mar Egeo.

Paolo è presto accusato di proselitismo dalle autorità locali. In questo tempo, non si distingueva bene il cristianesimo da giudaismo. Anche sé il giudaismo godeva di uno statuto privilegiato. Paulo, per la prima volta, viene dunque messo in prigione, insieme a Sila. A mezzanotte, mentre sono intenti a pregare e a cantare, un terremoto libera i prigionieri; vedendo le porte aperte, il centurione tenta di uccidersi. “Siamo tutti qui” gli grida Paolo. Il centurione si fa battezzare con la sua famiglia. Paolo rivendica la sua cittadinanza romana per essere liberato non in segreto ma “in trionfo”, prima di fare ritorno alla casa di Lidia.

10. TESSALONICA : LUOGO DI CULTO FAMIGLIARE

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Opposizione degli Ebrei, questa volta, quando Paolo si reca alla Sinagoga, come di sua abitudine, e, spiega, sulla base delle scritture che “nel corso di tre shabbat, il Cristo doveva morire e resuscitare”. L’accusa di fomentare un’agitazione contro la legge imperiale spinge i fratelli ad organizzare la sua partenza per Berea. Ma, perseguitato dagli Ebrei di Tessalonica, deve ancora una volta fuggire, via mare, fino ad Atene, ove sarà raggiunto da Sila e da Timoteo. Poco dopo, la comunità di Tessalonica riceverà le due prime Lettere di Paolo; vi si legge il fervore e le inquietudini di una giovane Chiesa.

In Tessalonica, presso Giasone, così come a Filippi presso Lidia, il luogo di culto e di religione era la casa, ossia la famiglia, con quanto vi gravitava intorno: le relazioni sociali ed il lavoro.

11. ATENE, GLI IDOLI

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Nella capitale dell’ellenismo, ove si viene a studiare da tutto l’Impero romano, Paolo incontra la cultura greca, “fremente nel vedere la città piena di idoli”. Egli predica tanto in Sinagoga quanto in pubblica piazza – fino all’Aeropago – suscitando così la curiosità di intellettuali, “epicurei o stoici”, ma poca adesione alla fede cristiana. “ Ho trovato anche una scritta: Al Dio sconosciuto. Colui che adorate senza conoscerlo, ve lo annuncio”. (Paolo non cita questo episodio. Questo genere di discorso evoca piuttosto la predicazione dei primi missionari nelle chiese elleniche della fine del 1 secolo, davanti a dei pagani influenzati dallo stoicismo. L’assenza di ogni accenno alla croce ed alla salvezza fanno dubitare del fatto che Paolo lo abbia mai pronunciato).

 

 

LE PRIME STRUTTURE DELLA CHIESA 

12. CORINTO

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In questa città cosmopolita dove il culto di Afrodite è fiorente, Paolo incontra Priscilla e Aquila, una coppia di coniugi ebrei, cacciati da Roma nel 49 con l’editto di espulsione dell’Imperatore Claudio, “poiché gli Ebrei insorgevano in continuazione istigati da un certo Chrestos” (Svetonio, Claudio 25,11). Li ritroveremo a Roma, dopo la morte di Claudio, nel 54, ad accogliere l’Apostolo prigioniero. Nel frattempo, l’accompagneranno ad Efeso, occupandosi della Chiesa ed evangelizzando.

Paolo, che spera di “lavorare” alla maniera dei rabbini, in modo da assicurare la gratuità del suo servizio apostolico, si associa alla coppia, confezionando delle tende, come loro. Durante lo shabbat, alla sinagoga, egli cerca senza sosta di dimostrare ai dottori della legge il messianismo di Gesù; il capo della sinagoga Crespo si fa battezzare insieme a tutta la sua famiglia. La Chiesa di Corinto che accoglie anche i pagani si sviluppa molto rapidamente. Essa diventa la sua base dal momento che Roma gli viene negata dal decreto di espulsione di Claudio. Paolo vi rimane 18 mesi.

Vi è un problema che si pone sempre più frequentemente: le autorità delle sinagoghe, che beneficiano di privilegi, non desiderano che i cristiani siano ancora confusi con una setta ebrea dissidente, anche se, in effetti, essi non dipendono assolutamente più da loro. Finiranno per accusare Paolo di propaganda religiosa illecita davanti al proconsole Gallione, (fratello del filosofo Seneca). Dopo aver sentito l’accusa, questo ultimo si rifiuta di ascoltare la difesa, dichiarandosi incompetente poiché Paolo è Ebreo e, ai suoi occhi, questa disputa è interna alla sinagoga (At 18,12-16). Paolo si imbarca allora per Antiochia ed Efeso con Priscilla e Aquila che saranno, in questa ultima città, il nodo della futura comunità.
(E’ alla fine di questo secondo viaggio, nel 52, che molti storici collocano il “Concilio di Gerusalemme” e l’incidente di Antiochia).

13. EFESO : PRISCILLA E AQUILA DIRIGONO LA CHIESA

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Terzo luogo di diffusione della Parola, negli Atti. Paolo soggiorna in questo grande centro di scambi culturali, religiosi e commerciali, tra l’Oriente e l’Occidente, per più di due anni e vi fonda una Chiesa. Il confronto con il giudaismo cede il passo all’incontro con altre correnti religiose: Artemide è la grande Dea di Efeso, Priscilla e Aquila dirigono la comunità ed insegnano con zelo. In questo modo essi espongono “più esattamente la Via” ad Apollos, che avrà gran successo come catechista ad Efeso ed a Corinto.

14. MILETO : LE STRUTTURE DELLA CHIESA

Sulla strada del ritorno a Gerusalemme Paolo “incatenato dallo Spirito”, fa chiamare gli Anziani della Chiesa di Efeso. Predice loro la sua prossima fine e precisa la sua opera: “Vai, è lontano, verso i pagani, che voglio mandarti” (At 22,21). Li esorta alla vigilanza, al lavoro, all’aiuto verso i poveri ed i deboli: “Vi è più gioia a dare che a ricevere”. Infine, lascia loro in testamento la “costruzione dell’edificio”, o, piuttosto, la affida al potere della Parola, “che ha il potere di costruire”: l’attività della Parola è primaria, è lei che costruisce la Chiesa.

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La scena termina con emozione: l’assemblea si inginocchia e prega, Paolo viene abbracciato: tutti si rimettono a Dio ed alla sua Parola. Questo episodio è importante per la storia istituzionale della Chiesa: questi Anziani o presbyteroi convocati da Paolo e che egli qualifica come pastori e vescovi, incaricati di nutrire e guidare spiritualmente, vegliando (è il senso del nome vescovo) sul popolo di Dio, non ricevono i loro poteri dall’assemblea dei fedeli bensì dallo Spirito.

Nel corso del suo ministero “indipendente” e davanti a situazioni inedite, Paolo doveva quindi portare innovazioni sul piano dottrinale per poter giustificare i suoi richiami ai credenti di raggrupparsi in comunità unite. Di fatto, Paolo è riuscito, ovunque ove passasse, a creare delle Chiese molto unite per poter sussistere e svilupparsi al di fuori delle strutture legate alle sinagoghe.

 

A GERUSALEMME 

15. GERUSALEMME : UN CAPO DELLE CHIESE

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Paolo ritorna per la terza volta a Gerusalemme per rendere conto agli Anziani circa la sua missione tra i pagani. Egli guida una delegazione di gente che rappresenta le Chiese da lui fondate, generalmente pagano-cristiani, ma anche discepoli ebrei, come Timoteo. E’ diventato il capo riconosciuto (1 Cor 12-14) di un gruppo di comunità locali in contestazione con le sinagoghe e che conducono, in seno alle comunità pagane, un’esistenza autonoma. Egli dà loro il nome di Chiese, secondo la tradizione deuteronomica, rivendicando per ognuna la dignità di assemblea del popolo scelto da Dio, e riservata per prima alla Chiesa di Gerusalemme. Paolo esercita l’autorità di un apostolo di Gesù-Cristo (1 Cor 1-21; 2 Cor 1,1), titolo al quale è molto legato.

Ma ora, nella capitale del giudaismo e dinnanzi alla Chiesa di Gerusalemme presieduta da Giacomo, ove “migliaia di Ebrei sono giunti alla fede”, gli viene richiesto di provare il suo attaccamento ai Padri. Egli aveva scritto ai Corinti “Mi sono dedicato tutto a tutti” – (1 Cor 9,12). Si recherà quindi al Tempio, si purificherà con un gruppo di Nazareni, “e tutti vedranno così che osservi bene la Legge”- Ed è là che sarà arrestato.

16. ARRESTO AL TEMPIO DI GERUSALEMME

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Tutto è pronto per l’esplosione: il timore sollevato dalle prediche di Paolo per le sinagoghe e lo sviluppo di questo cristianesimo che minaccia le strutture e le leggi. Scoppia qualche incidente durante l’arrivo di Paolo al Tempio, il settimo ed ultimo giorno della purificazione: si è fatto forse accompagnare da un Greco non-ebreo, profanando così il santuario? Alcuni Ebrei d’Asia Minore lo riconoscono e aizzano la folla: viene espulso dal Tempio.

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Grazie all’arrivo del tribuno e di uno stuolo di soldati, Paolo scampa alla morte, e vuole ancora parlare. “In piedi sui gradini…in un gran silenzio, egli indirizza alla folla la parola in ebraico” : spiega la sua fedeltà di Ebreo formatosi alla scuola di Gamaliele, e l’incontro sconvolgente sulla strada di Damasco che domina e ispira la sua vita. Poi, davanti a questi Ebrei di Gerusalemme, aggiunge: “E’ mentre pregavo al Tempio che fui rapito in estasi e che Lo vidi che mi diceva: “Lascia presto Gerusalemme, poiché non accetteranno la tua testimonianza su di me….”, e ancora: “Ti manderò lontano, tra i pagani”. Queste ultime parole provocano un altro scatenamento della folla: significa, in effetti, che è aperta a tutti l’Alleanza contratta da Dio con i figli di Israele.

IL TEMPO DELLA PRIGIONE E DEI PROCESSI : GERUSALEMME, CESAREA, ROMA


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  • Paolo vienne condotto alla fortezza di Gerusalemme, ma si sottrae alla flagellazione poiché è cittadino romano :primo processa davanti al sinedrio ;
  • In seguito ad un complotto di zeloti ebrei che vogliono ucciderlo è trasferito a Cesarea : secondo processo davanti al procuratore Felice (anni 57-59) ;
  • Terzo processo davanti al suo successore Festo, due anni dopo ;
  • Quarto processo davanti ad Agrippa II : "Quest´uomo non ha fatto nulla che meriti la morte o le catene... Avrebbe potuto essere rimesso in libertà se non si fosse rivolto a Cesare".

 

I Viaggi Missionari

 


 


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Primo viaggio

Da Cipro alll’Anatolia Paolo e Barnaba predicarono con ardore nelle sinagoghe la Buona Novella della resurrezione e della salvezza in Gesù, fondando delle comunità e compiendo delle guarigioni.

 

 

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Secondo viaggio

Nel 50 Paolo decise di partire per un nuovo viaggio in Asia Minore.

Il viaggio apostolico, durato fino al 53, toccò la Grecia e la Macedonia dove Paolo evangelizzò Filippo; qui i due furono flagellati ed incarcerati, ma dopo un terremoto avvenuto nella notte e la conversione del carceriere, la mattina dopo furono liberati. Andarono poi a Tessalonica, a Berea ed Atene, ritornando poi ad Antiochia dove per la prima volta i credenti furono chiamati “cristiani”.

 

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Terzo viaggio

Nel 53 o 54 iniziò il terzo grande viaggio di Paolo; prima si diresse ad Efeso, fermandosi tre anni: qui la sua predicazione portò ad una diminuzione del culto alla dea Artemide e il commercio sacro ad esso collegato ebbe un tracollo, ciò provocò una sommossa popolare, da cui Paolo ne uscì illeso.

Egli visitò con commozione le comunità cristiane dell’Asia Minore che aveva fondato, presentendo di non poterle più rivedere.

L’ultima tappa fu Cesarea dove il profeta Agabo gli predisse l’arresto e la prigione, da lì arrivò a Gerusalemme verso la fine di maggio 58, qui portò le offerte raccolte nel suo ultimo viaggio.

 

IL VIAGGIO DELLA CATTIVITÀ

 

Viaggio della Cattività

 

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A Gerusalemme, oltre la gioia di una parte della comunità, trovò un’atmosfera tesa nei suoi confronti: i sospetti sul suo conto da parte degli Ebrei erano molti.

Il Santo fu consegnato al centurione Giulio per essere trasferito a Roma, accompagnato da Luca e Aristarco; il viaggio, a quel tempo avventuroso, fu interrotto a Malta a causa di un naufragio; qui il prigioniero Paolo si rivelò più libero dei 276 membri dell’equipaggio: egli è abituato al mare ed all’esperienza di tre naufragi (2 Co 11,25) e, soprattutto, ha una sicurezza che gli viene da Dio: “Nessuno di voi lascerà la vita, solo la nave sarà persa”, affermò ai suoi compagni, quando tutto sembra perduto, “Un angelo di Dio al quale appartengo e che servo mi è apparso per dirmi: Non avere paura, Paolo….ecco che Dio ti accorda la vita di tutti coloro che navigano con te”.

La tappa in quest´isola, semplice ed idilliaca (“ gli indigeni ci trattarono con rara umanità, intorno ad un gran fuoco”), simboleggia l’accoglienza che il mondo pagano farà al Vangelo.

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Qui Paolo compie dei miracoli: una vipera gli morse la mano mentre il Santo attizzava il fuoco, ed egli la gettò nel braciere senza alcun dolore; successivamente guarì un uomo imponendogli le mani.

Nel 61 Paolo giunse a Roma per essere giudicato; nei due anni di residenza vigilata nel cuore della città, vicino al Tevere (l’attuale quartiere ebreo), egli evangelizzò e scrisse in attesa del processo, che sfumò per mancanza di accusatori. Ma dopo l´incendio del 64 Nerone accusò i cristiani di essere gli autori del rogo: così Paolo venne arrestato, incatenato nel carcere Marmertino e condannato alla decapitazione che ebbe luogo fuori dalle mura aureliane, sulla via Ostiense.
 
 

IL MARTIRIO A ROMA

Il Martirio a Roma

L´apertura dell´alleanza verso tutti

Le ultime parole di Paolo nella capitale dell’Impero, annotate negli Atti, sono


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state un appello agli Ebrei. Al termine della sua missione, colui che il Signore ha voluto Apostolo delle Nazioni non volle dimenticare neanche il “più piccolo dei miei fratelli” (Mt 25,40) “E’ a causa della speranza di Israele che porto queste catene”: Paolo lancia un ultimo e vibrante richiamo alla “conversione” del suo popolo, allo sconvolgimento che ha conosciuto: in Cristo l’Alleanza di Dio è d’ora in poi aperta a tutti.

La morte di Paolo non è una fine: al contrario si tratta dello sviluppo del Cristianesimo e della Buona Novella portati in lungo e in largo dal grande testimone del Risorto, divenuto a sua immagine  “Luce delle Nazioni” (Is 49,6; At 13,47).

 

 

ANNO PAOLINO

 

PRESENTAZIONE


   INDIZIONE
  LE CATECHESI DEL SANTO PADRE

Basilica di San Paolo

PRESENTATION 


ANNO PAOLINO

UN EVENTO

La Tomba dell´Apostolo
e il bimillenario della sua  nascita

 

UN INVITO DAL PAPA BENEDETTO XVI°

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"... e proprio per questo,
sono lieto di annunciare ufficialmente
che all’apostolo Paolo dedicheremo
uno speciale anno giubilare,

dal 28 giugno 2008  al  29 giugno 2009

in occasione del bimillenario della sua nascita !"

 

 

UN ANNO GIUBILARE

  • Incontri ed in particolare un ritiro sacerdotale su San Paolo
  • Riscoperta dell’Apostolo delle Genti e delle sue lettere
  • Pellegrinaggi sulle orme di San Paolo
  • Un incontro e un colloquio con altre Comunità cristiane
  • Una liturgia particolare nella Basilica dinanzi alla Tomba dell’Apostolo ed alle sue catene
  • Un sito internet, un Manuale del Pellegrino, documenti per supportare ogni pellegrino alla preparazione del proprio giubileo

 

 
 

 

INDIZIONE 

L PAPA BENEDETTO XVI NELLA BASILICA OSTIENSE

Celebrando i vespri nella basilica di San Paolo, Benedetto XVI afferma che “l’azione della Chiesa è credibile ed efficace solo nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono disposti a pagare di persona la loro fedeltà a Cristo, in ogni situazione”. Dedicato al bimillenario della nascita dell’apostolo, l’anno sarà celebrato con pellegrinaggi ed eventi liturgici e culturali.

Roma (AsiaNews) – Avrà una particolare dimensione ecumenica l’anno paolino che Benedetto XVI ha lanciato oggi e che, sull’esempio dell’apostolo delle genti, vorrà indicare in modo particolare che “l’azione della Chiesa è credibile ed efficace solo nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono disposti a pagare di persona la loro fedeltà a Cristo, in ogni situazione”. E’ la testimonianza che unì Paolo e Pietro fino al martirio e che il Papa ha richiamato oggi pomeriggio, nella basilica romana dedicata all’apostolo delle genti, nel corso della celebrazione dei primi vespri della solennità dei Santi Pietro e Paolo.

Pensato per celebrare il bimillenario della nascita di San Paolo, collocata dagli storici tra il 7 e il 10 dopo Cristo, l’anno paolino, nelle parole del Papa, prevede, tra il 28 giugno 2008 e il 29 giugno 2009, “una serie di eventi liturgici, culturali ed ecumenici, come pure varie iniziative pastorali e sociali, tutte ispirate alla spiritualità paolina”. “Saranno pure promossi convegni di studio e speciali pubblicazioni sui testi paolini, per far conoscere sempre meglio l’immensa ricchezza dell’insegnamento in essi racchiuso, vero patrimonio dell’umanità redenta da Cristo. Inoltre, in ogni parte del mondo, analoghe iniziative potranno essere realizzate nelle diocesi, nei santuari, nei luoghi di culto da parte di Istituzioni religiose, di studio o di assistenza, che portano il nome di san Paolo o che si ispirano alla sua figura e al suo insegnamento”. “C’è infine – ha detto ancora - un particolare aspetto che dovrà essere curato con singolare attenzione durante la celebrazione dei vari momenti del bimillenario paolino: mi riferisco alla dimensione ecumenica. L’Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare la Buona Novella a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la concordia di tutti i cristiani. Voglia egli guidarci e proteggerci in questa celebrazione bimillenaria, aiutandoci a progredire nella ricerca umile e sincera della piena unità di tutte le membra del Corpo mistico di Cristo”.

Quasi a dare concreta visione di tale auspicio, ad ascoltare Benedetto XVI c’era anche una delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, inviata da Bartolomeo, venuta a ricambiare la presenza della delegazione della Santa Sede ad Istanbul, in occasione della festa di sant’Andrea, considerato il fondatore della Chiesa ortodossa. “Questi incontri e iniziative – ha sostenuto il Papa - non costituiscono semplicemente uno scambio di cortesie tra Chiese, ma vogliono esprimere il comune impegno di fare tutto il possibile per affrettare i tempi della piena comunione tra l’Oriente e l’Occidente cristiani”. “Questa basilica, che ha visto eventi di profondo significato ecumenico – ha detto ancora Benedetto XVI - ci ricorda quanto sia importante pregare insieme per implorare il dono dell’unità, quell’unità per la quale san Pietro e san Paolo hanno speso la loro esistenza sino al supremo sacrificio del sangue”.

 LE CATECHESI DEL SANTO PADRE

 

 

I - Paolo di Tarso


(Udienza generale, 25 ottobre 2006)

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Cari fratelli e sorelle,
abbiamo concluso le nostre riflessioni sui dodici Apostoli chiamati direttamente da Gesù durante la sua vita terrena. Oggi iniziamo ad avvicinare le figure di altri personaggi importanti della Chiesa primitiva. Anch’essi hanno speso la loro vita per il Signore, per il Vangelo e per la Chiesa. Si tratta di uomini e anche di donne, che, come scrive Luca nel Libro degli Atti, «hanno votato la loro vita al nome del Signore nostro Gesù Cristo» (15,26).

Il primo di questi, chiamato dal Signore stesso, dal Risorto, ad essere anch’egli un vero Apostolo, è senza dubbio Paolo di Tarso. Egli brilla come stella di prima grandezza nella storia della Chiesa, e non solo di quella delle origini. San Giovanni Crisostomo lo esalta come personaggio superiore addirittura a molti angeli e arcangeli (cfr Panegirico 7,3). Dante Alighieri nella Divina Commedia, ispirandosi al racconto di Luca negli Atti (cfr 9,15), lo definisce semplicemente «vaso di elezione» (Inf. 2,28), che significa: strumento prescelto da Dio. Altri lo hanno chiamato il “tredicesimo Apostolo” – e realmente egli insiste molto di essere un vero Apostolo, essendo stato chiamato dal Risorto -, o addirittura “il primo dopo l'Unico”. Certo, dopo Gesù, egli è il personaggio delle origini su cui siamo maggiormente informati. Infatti, possediamo non solo il racconto che ne fa Luca negli Atti degli Apostoli, ma anche un gruppo di Lettere che provengono direttamente dalla sua mano e che senza intermediari ce ne rivelano la personalità e il pensiero. Luca ci informa che il suo nome originario era Saulo (cfr At 7,58; 8,1 ecc.), anzi in ebraico Saul (cfr At 9,14.17; 22,7.13; 26,14), come il re Saul (cfr At 13,21), ed era un giudeo della diaspora, essendo la città di Tarso situata tra l’Anatolia e la Siria. Ben presto era andato a Gerusalemme per studiare a fondo la Legge mosaica ai piedi del grande Rabbì Gamaliele (cfr At 22,3). Aveva imparato anche un mestiere manuale e ruvido, la lavorazione di tende (cfr At 18,3), che in seguito gli avrebbe permesso di provvedere personalmente al proprio sostentamento senza gravare sulle Chiese (cfr At 20,34; 1 Cor 4,12; 2 Cor 12,13-14).
Fu decisivo per lui conoscere la comunità di coloro che si professavano discepoli di Gesù. Da loro era venuto a sapere di una nuova fede, - un nuovo “cammino”, come si diceva - che poneva al proprio centro non tanto la Legge di Dio, quanto piuttosto la persona di Gesù, crocifisso e risorto, a cui veniva ormai collegata la remissione dei peccati. Come giudeo zelante, egli riteneva questo messaggio inaccettabile, anzi scandaloso, e si sentì perciò in dovere di perseguitare i seguaci di Cristo anche fuori di Gerusalemme. Fu proprio sulla strada di Damasco, agli inizi degli anni ’30, che Saulo, secondo le sue parole, venne «ghermito da Cristo» (Fil 3,12). Mentre Luca racconta il fatto con dovizia di dettagli, - di
come la luce del Risorto lo ha toccato e ha cambiato fondamentalmente tutta la sua vita – egli nelle sue Lettere va diritto all’essenziale e parla non solo di visione (cfr 1 Cor 9,1), ma di illuminazione (cfr 2 Cor 4,6) e soprattutto di rivelazione e di vocazione nell’incontro con il Risorto (cfr Gal 1,15-16). Infatti, si definirà esplicitamente «apostolo per vocazione» (cfr Rm 1,1; 1 Cor 1,1) o «apostolo per volontà di Dio» (2 Cor 1,1; Ef 1,1; Col 1,1), come a sottolineare che la sua conversione era non il risultato di uno sviluppo di pensieri, di riflessioni, ma il frutto di un intervento divino, di un’imprevedibile grazia divina. Da allora in poi, tutto ciò che prima costituiva per lui un valore divenne paradossalmente, secondo le sue parole, perdita e spazzatura (cfr Fil 3,7-10). E da quel momento tutte le sue energie furono poste al servizio esclusivo di Gesù Cristo e del suo Vangelo. Ormai la sua l'esistenza sarà quella di un Apostolo desideroso di «farsi tutto a tutti» (1 Cor 9,22) senza riserve.
Di qui deriva per noi una lezione molto importante: ciò che conta è porre al centro della propria vita Gesù Cristo, sicché la nostra identità sia contrassegnata essenzialmente dall’incontro, dalla comunione con Cristo e con la sua Parola. Alla sua luce ogni altro valore viene recuperato e insieme purificato da eventuali scorie. Un’altra fondamentale lezione offerta da Paolo è il respiro universale che caratterizza il suo apostolato. Sentendo acuto il problema dell'accesso dei Gentili, cioè dei pagani, a Dio, che in Gesù Cristo crocifisso e risorto offre la salvezza a tutti gli uomini senza eccezioni, dedicò se stesso a rendere noto questo Vangelo, letteralmente «buona notizia», cioè annuncio di grazia destinato a riconciliare l'uomo con Dio, con se stesso e con gli altri. Dal primo momento egli aveva capito che questa è una realtà che non concerneva solo i giudei o un certo gruppo di uomini, ma che aveva un valore universale e concerneva tutti, perché Dio è il Dio di tutti. Punto di partenza per i suoi viaggi fu la Chiesa di Antiochia di Siria, dove per la prima volta il Vangelo venne annunciato ai Greci e dove venne anche coniato il nome di «cristiani» (cfr At 11, 20.26), cioè di credenti Cristo. Di là egli puntò prima su Cipro e poi a più riprese sulle regioni dell'Asia Minore (Pisidia, Licaonia, Galazia), poi su quelle dell’Europa (Macedonia, Grecia). Più rilevanti furono le città di Efeso, Filippi, Tessalonica, Corinto, senza tuttavia dimenticare Beréa, Atene e Mileto.
Nell’apostolato di Paolo non mancarono difficoltà, che egli affrontò con coraggio per amore di Cristo. Egli stesso ricorda di aver agito «nelle fatiche… nelle prigionie… nelle percosse… spesso in pericolo di morte...: tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio...; viaggi innumerevoli, pericoli dai fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità; e oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (2 Cor 11,23-28). Da un passaggio della Lettera ai Romani (cfr 15, 24.28) traspare il suo proposito di spingersi fino alla Spagna, alle estremità dell'Occidente, per annunciare il Vangelo dappertutto, fino ai confini della terra allora conosciuta. Come non ammirare un uomo così? Come non ringraziare il Signore per averci dato un Apostolo di questa statura? E’ chiaro che non gli sarebbe stato possibile affrontare situazioni tanto difficili e a volte disperate, se non ci fosse stata una ragione di valore assoluto, di fronte alla quale nessun limite poteva ritenersi invalicabile. Per Paolo, questa ragione, lo sappiamo, è Gesù Cristo, di cui egli scrive: «L'amore di Cristo ci spinge... perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2 Cor 5,14-15), per noi, per tutti.
Di fatto, l’Apostolo renderà la suprema testimonianza del sangue sotto l'imperatore Nerone qui a Roma, dove conserviamo e veneriamo le sue spoglie mortali. Così scrisse di lui Clemente Romano, mio predecessore su questa Sede Apostolica negli ultimi anni del secolo I°: «Per la gelosia e la discordia Paolo fu obbligato a mostrarci come si consegue il premio
della pazienza... Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, e dopo essere giunto fino agli estremi confini dell'Occidente, sostenne il martirio davanti ai governanti; così partì da questo mondo e raggiunse il luogo santo, divenuto con ciò il più grande modello di perseveranza» (Ai Corinzi 5). Il Signore ci aiuti a mettere in pratica l’esortazione lasciataci dall’Apostolo nelle sue Lettere: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor 11,1).
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Paolo - Lo Spirito nei nostri cuori

(General Audience, Mercoledì, 15 novembre 2006)
 
Cari fratelli e sorelle,
anche oggi, come già nelle due catechesi precedenti, torniamo a san Paolo e al suo pensiero. Siamo davanti ad un gigante non solo sul piano dell'apostolato concreto, ma anche su quello della dottrina teologica, straordinariamente profonda e stimolante. Dopo aver meditato la volta scorsa su quanto Paolo ha scritto circa il posto centrale che Gesù Cristo occupa nella nostra vita di fede, vediamo oggi ciò che egli dice sullo Spirito Santo e sulla sua presenza in noi, poiché anche qui l’Apostolo ha da insegnarci qualcosa di grande importanza.
Conosciamo quanto san Luca ci dice dello Spirito Santo negli Atti degli Apostoli, descrivendo l’evento della Pentecoste. Lo Spirito pentecostale reca con sé una spinta vigorosa ad assumere l’impegno della missione per testimoniare il Vangelo sulle strade del mondo. Di fatto, il Libro degli Atti narra tutta una serie di missioni compiute dagli Apostoli, prima in Samaria, poi sulla fascia costiera della Palestina, poi verso la Siria. Soprattutto vengono raccontati i tre grandi viaggi missionari compiuti da Paolo, come ho già ricordato in un precedente incontro del mercoledì. San Paolo però nelle sue Lettere ci parla dello Spirito anche sotto un’altra angolatura. Egli non si ferma ad illustrare soltanto la dimensione dinamica e operativa della terza Persona della Santissima Trinità, ma ne analizza anche la presenza nella vita del cristiano, la cui identità ne resta contrassegnata. Detto in altre parole, Paolo riflette sullo Spirito esponendone l’influsso non solo sull'agire del cristiano, ma anche sull’essere di lui. Infatti è lui a dire che lo Spirito di Dio abita in noi (cfr Rm 8,9; 1 Cor 3,16) e che “Dio ha inviato lo Spirito del suo Figlio nei nostri cuori” (Gal 4,6). Per Paolo dunque lo Spirito ci connota fin nelle nostre più intime profondità personali. A questo proposito, ecco alcune sue parole di rilevante significato: «La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte... Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!» (Rm 8, 2.15), perché figli, possiamo dire “Padre” a Dio. Si vede bene dunque che il cristiano, ancor prima di agire, possiede già un’interiorità ricca e feconda, a lui donata nei sacramenti del Battesimo e della Cresima, un’interiotità che lo stabilisce in un oggettivo e originale rapporto di filiazione nei confronti di Dio. Ecco la nostra grande dignità: quella di non essere soltanto immagine, ma figli di Dio. E questo è un invito a vivere questa nostra figliolanza, ad essere sempre più consapevoli che siamo figli adottivi nella grande famiglia di Dio. E’ un invito a trasformare questo dono oggettivo in una realtà soggettiva, determinante per il nostro pensare, per il nostro agire, per il nostro essere. Dio ci considera suoi figli, avendoci elevati a una dignità simile, anche se non uguale, a quella di Gesù stesso, l'unico vero Figlio in senso pieno. In lui ci viene donata, o restituita, la condizione filiale e la libertà fiduciosa in rapporto al Padre.
Scopriamo così che per il cristiano lo Spirito non è più soltanto lo «Spirito di Dio», come si dice normalmente nell'Antico Testamento e si continua a ripetere nel linguaggio cristiano (cfr Gn 41,38; Es 31,3; 1 Cor 2,11.12; Fil 3,3; ecc.). E non è neppure soltanto uno «Spirito Santo» genericamente inteso, secondo il modo di esprimersi dell’Antico Testamento (cfr Is 63,10.11; Sal 51,13), e dello stesso Giudaismo nei suoi scritti (Qumràn, rabbinismo). Alla specificità della fede cristiana, infatti, appartiene la confessione di un’originale condivisione di questo Spirito da parte del Signore risorto, il quale è diventato Lui stesso «Spirito vivificante» (1 Cor 15, 45). Proprio per questo san Paolo parla direttamente dello «Spirito di Cristo» (Rm 8,9), dello «Spirito del Figlio» (Gal 4,6) o dello «Spirito di Gesù Cristo» (Fil 1,19). E’ come se volesse dire che non solo Dio Padre è visibile nel Figlio (cfr Gv 14,9), ma che pure lo Spirito di Dio si esprime nella vita e nell’azione del Signore crocifisso e risorto!
Paolo ci insegna anche un’altra cosa importante: egli dice che non esiste vera preghiera senza la presenza dello Spirito in noi. Scrive infatti: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare – quanto è vero che non sappiamo come parlare con Dio! -; ma lo Spirito stesso intercede per noi con insistenza, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27). È come dire che lo Spirito Santo, cioè lo Spirito del Padre e del Figlio, è ormai come l'anima della nostra anima, la parte più segreta del nostro essere, da dove sale incessantemente verso Dio un moto di preghiera, di cui non possiamo nemmeno precisare i termini. Lo Spirito, infatti, sempre desto in noi, supplisce alle nostre carenze e offre al Padre la nostra adorazione, insieme con le nostre aspirazioni più profonde. Naturalmente ciò richiede un livello di grande comunione vitale con lo Spirito. E’ un invito ad essere sempre più sensibili, più attenti a questa presenza dello Spirito in noi, a trasformarla in preghiera, a sentire questa presenza e ad imparare così a pregare, a parlare col Padre da figli nello Spirito Santo.
C'è anche un altro aspetto tipico dello Spirito insegnatoci da san Paolo: è la sua connessione con l’amore. Così infatti scrive l'Apostolo: «La speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Nella mia Lettera enciclica “Deus caritas est” citavo una frase molto eloquente di sant’Agostino: «Se vedi la carità, vedi la Trinità» (n. 19), e continuavo spiegando: «Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il cuore [dei credenti] col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati lui» (ibid.). Lo Spirito ci immette nel ritmo stesso della vita divina, che è vita di amore, facendoci personalmente partecipi dei rapporti intercorrenti tra il Padre e il Figlio. Non è senza significato che Paolo, quando enumera le varie componenti della fruttificazione dello Spirito, ponga al primo posto l'amore: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, ecc.» (Gal 5,22). E, poiché per definizione l'amore unisce, ciò significa anzitutto che lo Spirito è creatore di comunione all'interno della comunità cristiana, come diciamo all'inizio della Santa Messa con un’espressione paolina: «... la comunione dello Spirito Santo [cioè quella che è operata da lui] sia con tutti voi» (2 Cor 13,13). D'altra parte, però, è anche vero che lo Spirito ci stimola a intrecciare rapporti di carità con tutti gli uomini. Sicché, quando noi amiamo diamo spazio allo Spirito, gli permettiamo di esprimersi in pienezza. Si comprende così perché Paolo accosti nella stessa pagina della Lettera ai Romani le due esortazioni: «Siate ferventi nello Spirito» e: «Non rendete a nessuno male per male» (Rm 12,11.17).
Da ultimo, lo Spirito secondo san Paolo è una caparra generosa dataci da Dio stesso come anticipo e insieme come garanzia della nostra eredità futura (cfr 2 Cor 1,22; 5,5; Ef 1,13-14). Impariamo così da Paolo che l’azione dello Spirito orienta la nostra vita verso i grandi
valori dell’amore, della gioia, della comunione e della speranza. Spetta a noi farne ogni giorno l'esperienza assecondando gli interiori suggerimenti dello Spirito, aiutati nel discernimento dalla guida illuminante dell’Apostolo.
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Paolo - La centralità di Gesù Cristo

(General Audience, Mercoledì, 8 novembre 2006)
 

Cari fratelli e sorelle,
nella catechesi precedente, quindici giorni fa, ho cercato di tracciare le linee essenziali della biografia dell’apostolo Paolo. Abbiamo visto come l’incontro con Cristo sulla strada di Damasco abbia letteralmente rivoluzionato la sua vita. Cristo divenne la sua ragion d’essere e il motivo profondo di tutto il suo lavoro apostolico. Nelle sue lettere, dopo il nome di Dio, che appare più di 500 volte, il nome che viene menzionato più spesso è quello di Cristo (380 volte). È dunque importante che ci rendiamo conto di quanto Gesù Cristo possa incidere nella vita di un uomo e quindi anche nella nostra stessa vita. In realtà, Cristo Gesù è l’apice della storia salvifica e quindi il vero punto discriminante anche nel dialogo con le altre religioni.
Guardando a Paolo, potremmo formulare così l’interrogativo di fondo: come avviene l’incontro di un essere umano con Cristo? E in che cosa consiste il rapporto che ne deriva? La risposta data da Paolo può essere compresa in due momenti. In primo luogo, Paolo ci aiuta a capire il valore assolutamente fondante e insostituibile della fede. Ecco che cosa scrive nella Lettera ai Romani: «Noi riteniamo che l'uomo viene giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (3,28). E così pure nella Lettera ai Galati: «L'uomo non è giustificato dalle opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo; perciò abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della Legge, poiché dalle opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (2,16). «Essere giustificati» significa essere resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con Lui, e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene, Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma da una pura grazia di Dio: «Siamo giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3,24).
Con queste parole san Paolo esprime il contenuto fondamentale della sua conversione, la nuova direzione della sua vita risultante dal suo incontro col Cristo risorto. Paolo, prima della conversione, non era stato un uomo lontano da Dio e dalla sua Legge. Al contrario, era un osservante, con una osservanza fedele fino al fanatismo. Nella luce dell’incontro con Cristo capì, però, che con questo aveva cercato di costruire se stesso, la sua propria giustizia, e che con tutta questa giustizia era vissuto per se stesso. Capì che un nuovo orientamento della sua vita era assolutamente necessario. E questo nuovo orientamento lo troviamo espresso nelle sue parole: «Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20). Paolo, quindi, non vive più per sé, per la sua propria giustizia. Vive di Cristo e con Cristo: dando se stesso, non più cercando e costruendo se stesso. Questa è la nuova giustizia, il nuovo orientamento donatoci dal Signore, donatoci dalla fede. Davanti alla croce del Cristo,
espressione estrema della sua autodonazione, non c’è nessuno che possa vantare se stesso, la propria giustizia fatta da sé, per sé! Altrove Paolo, riecheggiando Geremia, esplicita questo pensiero scrivendo: «Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1,31 = Ger 9,22s); oppure: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo» (Gal 6,14).
Riflettendo su che cosa voglia dire giustificazione non per le opere ma per la fede, siamo così arrivati alla seconda componente che definisce l’identità cristiana descritta da san Paolo nella propria vita. Identità cristiana che si compone proprio di due elementi: questo non cercarsi da sè, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo stesso, fino ad immergersi in Lui e a condividere tanto la sua morte quanto la sua vita. È ciò che Paolo scrive nella Lettera ai Romani: «Siamo stati battezzati nella sua morte... siamo stati sepolti con lui… siamo stati completamente uniti a lui... Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Rm 6,3.4.5.11). Proprio quest'ultima espressione è sintomatica: per Paolo, infatti, non basta dire che i cristiani sono dei battezzati o dei credenti; per lui è altrettanto importante dire che essi sono «in Cristo Gesù» (cfr anche Rm 8,1.2.39; 12,5; 16,3.7.10; 1 Cor 1,2.3, ecc.). Altre volte egli inverte i termini e scrive che «Cristo è in noi/voi» (Rm 8,10; 2 Cor 13,5) o «in me» (Gal 2,20). Questa mutua compenetrazione tra Cristo e il cristiano, caratteristica dell’insegnamento di Paolo, completa il suo discorso sulla fede. La fede, infatti, pur unendoci intimamente a Cristo, sottolinea la distinzione tra noi e Lui. Ma, secondo Paolo, la vita del cristiano ha pure una componente che potremmo dire ‘mistica’, in quanto comporta un’immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. In questo senso, l’Apostolo giunge persino a qualificare le nostre sofferenze come le «sofferenze di Cristo in noi» (2 Cor 1,5), così che noi «portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,10).
Tutto questo dobbiamo calarlo nella nostra vita quotidiana seguendo l’esempio di Paolo che è vissuto sempre con questo grande respiro spirituale. Da una parte, la fede deve mantenerci in un costante atteggiamento di umiltà di fronte a Dio, anzi di adorazione e di lode nei suoi confronti. Infatti, ciò che noi siamo in quanto cristiani lo dobbiamo soltanto a Lui e alla sua grazia. Poiché niente e nessuno può prendere il suo posto, bisogna dunque che a nient'altro e a nessun altro noi tributiamo l'omaggio che tributiamo a Lui. Nessun idolo deve contaminare il nostro universo spirituale, altrimenti invece di godere della libertà acquisita ricadremmo in una forma di umiliante schiavitù. Dall'altra parte, la nostra radicale appartenenza a Cristo e il fatto che «siamo in Lui» deve infonderci un atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia. In definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). E la risposta è che niente e nessuno «potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39). La nostra vita cristiana, dunque, poggia sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare. E da essa traiamo tutta la nostra energia, come scrive appunto l'Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fi1 4,13).
Affrontiamo perciò la nostra esistenza, con le sue gioie e i suoi dolori, sorretti da questi grandi sentimenti che Paolo ci offre. Facendone l'esperienza potremo capire quanto sia vero ciò che lo stesso Apostolo scrive: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno», cioè fino al giorno definitivo (2 Tm 1,12) del nostro incontro con Cristo Giudice, Salvatore del mondo e nostro.
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Paolo - La vita nella Chiesa

(General Audience, Mercoledì, 22 novembre 2006)

Cari fratelli e sorelle,
oggi completiamo i nostri incontri con l'apostolo Paolo, dedicandogli un'ultima riflessione. Non possiamo infatti congedarci da lui, senza prendere in considerazione una delle componenti decisive della sua attività e uno dei temi più importanti del suo pensiero: la realtà della Chiesa. Dobbiamo anzitutto constatare che il suo primo contatto con la persona di Gesù avvenne attraverso la testimonianza della comunità cristiana di Gerusalemme. Fu un contatto burrascoso. Conosciuto il nuovo gruppo di credenti, egli ne divenne immediatamente un fiero persecutore. Lo riconosce lui stesso per ben tre volte in altrettante Lettere: «Ho perseguitato la Chiesa di Dio» scrive (1 Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6), quasi a presentare questo suo comportamento come il peggiore crimine.
La storia ci dimostra che a Gesù si giunge normalmente passando attraverso la Chiesa! In un certo senso, questo si avverò, dicevamo, anche per Paolo, il quale incontrò la Chiesa prima di incontrare Gesù. Questo contatto, però, nel suo caso, fu controproducente, non provocò l’adesione, ma una violenta repulsione. Per Paolo, l’adesione alla Chiesa fu propiziata da un diretto intervento di Cristo, il quale, rivelandoglisi sulla via di Damasco, si immedesimò con la Chiesa e gli fece capire che perseguitare la Chiesa era perseguitare Lui, il Signore. Infatti, il Risorto disse a Paolo, il persecutore della Chiesa: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? (At 9,4). Perseguitando la Chiesa, perseguitava Cristo. Paolo, allora, si convertì, nel contempo, a Cristo e alla Chiesa. Di qui si comprende perché la Chiesa sia stata poi così presente nei pensieri, nel cuore e nell’attività di Paolo. In primo luogo, lo fu in quanto egli letteralmente fondò parecchie Chiese nelle varie città in cui si recò come evangelizzatore. Quando parla della sua «sollecitudine per tutte le Chiese» (2 Cor 11,28), egli pensa alle varie comunità cristiane suscitate di volta in volta nella Galazia, nella Ionia, nella Macedonia e nell'Acaia. Alcune di quelle Chiese gli diedero anche preoccupazioni e dispiaceri, come avvenne per esempio nelle Chiese della Galazia, che egli vide “passare a un altro vangelo” (Gal 1,6), cosa a cui si oppose con vivace determinazione. Eppure egli si sentiva legato alle Comunità da lui fondate in maniera non fredda e burocratica, ma intensa e appassionata. Così, ad esempio, definisce i Filippesi «fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona» (4,1). Altre volte paragona le varie Comunità ad una lettera di raccomandazione unica nel suo genere: «La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini» (2 Cor 3,2). Altre volte ancora dimostra nei loro confronti un vero e proprio sentimento non solo di paternità ma addirittura di maternità, come quando si rivolge ai suoi destinatari interpellandoli come «figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi» (Gal 4,19; cfr anche l Cor 4,14-15; 1 Ts 2,7-8).
Nelle sue Lettere Paolo ci illustra anche la sua dottrina sulla Chiesa in quanto tale. Così è ben nota la sua originale definizione della Chiesa come «corpo di Cristo», che non troviamo in altri autori cristiani del I° secolo (cfr 1 Cor 12,27; Ef 4,12; 5,30; Col 1,24). La
radice più profonda di questa sorprendente designazione della Chiesa la troviamo nel Sacramento del corpo di Cristo. Dice san Paolo: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo” (1 Cor 10,17). Nella stessa Eucaristia Cristo ci dà il suo Corpo e ci fa suo Corpo. In questo senso san Paolo dice ai Galati: “Tutti voi siete uno in Cristo” (Gal 3,28). Con tutto ciò Paolo ci fa capire che esiste non solo un'appartenenza della Chiesa a Cristo, ma anche una certa forma di equiparazione e di immedesimazione della Chiesa con Cristo stesso. E’ da qui, dunque, che deriva la grandezza e la nobiltà della Chiesa, cioè di tutti noi che ne facciamo parte: dall'essere noi membra di Cristo, quasi una estensione della sua personale presenza nel mondo. E da qui segue, naturalmente, il nostro dovere di vivere realmente in conformità con Cristo. Da qui derivano anche le esortazioni di Paolo a proposito dei vari carismi che animano e strutturano la comunità cristiana. Essi sono tutti riconducibili ad una sorgente unica, che è lo Spirito del Padre e del Figlio, sapendo bene che nella Chiesa non c’è nessuno che ne sia sprovvisto, poiché, come scrive l'Apostolo, «a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità» (1 Cor 12,7). Importante, però, è che tutti i carismi cooperino insieme per l'edificazione della comunità e non diventino invece motivo di lacerazione. A questo proposito, Paolo si chiede retoricamente: «E' forse diviso il Cristo?» (1 Cor 1,13). Egli sa bene e ci insegna che è necessario «conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace: un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati» (Ef 4,3-4).
Ovviamente, sottolineare l'esigenza dell'unità non significa sostenere che si debba uniformare o appiattire la vita ecclesiale secondo un unico modo di operare. Altrove Paolo insegna a «non spegnere lo Spirito» (1 Ts 5,19), cioè a fare generosamente spazio al dinamismo imprevedibile delle manifestazioni carismatiche dello Spirito, il quale è fonte di energia e di vitalità sempre nuova. Ma se c'è un criterio a cui Paolo tiene molto è la mutua edificazione: “Tutto si faccia per l’edificazione” (1 Cor 14,26). Tutto deve concorrere a costruire ordinatamente il tessuto ecclesiale, non solo senza ristagni, ma anche senza fughe e senza strappi. C'è poi anche una Lettera paolina che giunge a presentare la Chiesa come sposa di Cristo (cfr Ef 5,21-33). Con ciò si riprende un’antica metafora profetica, che faceva del popolo d'Israele la sposa del Dio dell'alleanza (cfr Os 2,4.21; Is 54,5-8): questo per dire quanto intimi siano i rapporti tra Cristo e la sua Chiesa, sia nel senso che essa è oggetto del più tenero amore da parte del suo Signore, sia anche nel senso che l'amore dev'essere scambievole e che quindi noi pure, in quanto membra della Chiesa, dobbiamo dimostrare appassionata fedeltà nei confronti di Lui.
In definitiva, dunque, è in gioco un rapporto di comunione: quello per così dire verticale tra Gesù Cristo e tutti noi, ma anche quello orizzontale tra tutti coloro che si distinguono nel mondo per il fatto di «invocare il nome del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Cor 1,2). Questa è la nostra definizione: noi facciamo parte di quelli che invocano il nome del Signore Gesù Cristo. Si capisce bene perciò quanto sia auspicabile che si realizzi ciò che Paolo stesso si augura scrivendo ai Corinzi: «Se invece tutti profetassero e sopraggiungesse qualche non credente o un non iniziato, verrebbe convinto del suo errore da tutti, giudicato da tutti; sarebbero manifestati i segreti del suo cuore, e così prostrandosi a terra adorerebbe Dio, proclamando che veramente Dio è fra voi» (1 Cor 14,24-25). Così dovrebbero essere i nostri incontri liturgici. Un non cristiano che entra in una nostra assemblea alla fine dovrebbe poter dire: “Veramente Dio è con voi”. Preghiamo il Signore di essere così, in comunione con Cristo e in comunione tra noi.


© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana

 

 

DISCOVERING THE CHURCH THROUGH ST PAUL


Conversión de San Pablo.
In order to discover the figure of St Paul, throughout the course of the Pauline Year we will be proposing a series of meetings and itineraries.

These meetings will be focused on the missions experienced and entrusted to various communities by the Apostle. They remind us of the need for conversion and inner revelation as experienced by St Paul on the road to Damascus.
 
 
 
 
‘It is no longer I who live,
but Christ who lives in me.’
(Gal 2.20)
 


 

 

 

 


 


La Porta Paolina

Sotto il Quadriportico della Basilica verrà aperta una porta dedicata all´Apostolo delle Genti.

Tutti i pellegrini attraverso questa porta entreranno  nella Basilica, per raggiungere la tomba di San Paolo.

La decorazione della porta ricorderà alcuni grandi momenti della vita dell’Apostolo Paolo.

 


La Fiamma Paolina

Nella tradizione della Chiesa, ogni pellegrino potrà associarsi al gesto della luce, vicino a San Paolo.

Offrendo questa candela saremo collegati a tutte le Comunità dove Paolo è transitato, infatti gli stessi candelabri saranno nelle chiese dell´itinerario Paolino.

http://www.annopaolino.org/rcm/foto/43_4.jpg

Questa fiamma di preghiera e di comunione sarà accesa e spenta dai Monaci dell´Abbazia benedettina.

 

 

Introduzione alle Lettere di San Paolo

Introduzione alle Lettere di San Paolo
Presentazione de la Bibbia della CEI.


S. Paolo

Le lettere paoline nascono e si sviluppano in genere per il bisogno di completare la predicazione orale che Paolo aveva tenuto nelle varie comunità cristiane e come mezzo per risolvere interrogativi e illuminare situazioni nuove determinatesi in esse. Lo stile è immediato. Nella nostra Bibbia si presentano con quest´ordine: Romani; 1 e 2 Corinzi; Galati; Efesini; Filippesi; Colossesi; 1 e 2 Tessalonicesi; 1 e 2 Timoteo; Tito; Filemone. Dal punto di vista storico l´ordine è diverso.

Nel corso del secondo viaggio missionario, intorno al 50 d.C., Paolo fonda la Chiesa di Tessalonica. La sua permanenza nella città è brevissima, a causa dell´ostilità dei giudei, così che la formazione dei cristiani rimane incompleta. La 1 Tessalonicesi, scritta da Corinto qualche tempo dopo, richiama l´esperienza della evangelizzazione e vuole chiarire alcuni punti dottrinali - in particolare quelli connessi alla condizione dei morti al momento della "parusìa", cioè dell´avvento del Cristo glorioso - o di comportamento.

La 2 Tessalonicesi è più difficile a datarsi e c´è chi giunge a dubitare che possa essere attribuita a Paolo. La lettera si propone di tranquillizzare i cristiani sulla venuta gloriosa del Signore, considerata da loro come imminente (cf. 2 Ts 2), e a spingerli a vivere nell´operosità. Contro la pigrizia di alcuni, Paolo arriva a dire: "Chi non vuol lavorare neppure mangi" (2 Ts 3,10).

Le due lettere ai Corinzi sono scritte da Efeso negli anni 55-56 d.C. A Corinto Paolo è stato un anno e mezzo e vi ha fondato una comunità numerosa e vivace, composta in prevalenza di ex-pagani. Informato dei problemi che agitano la comunità, Paolo risponde con una prima lettera condannando le fazioni sorte tra i cristiani, legate ai vari predicatori (cf. 1 Cor 1,10-4,21); corregge vizi, tra cui un caso di incesto (cf. 1 Cor 5), e disordini, in specie nei comportamenti assembleari (cf. 1 Cor 7-14); chiarisce dubbi circa la risurrezione dei corpi (cf. 1 Cor 15).

Dopo l´invio della prima lettera, scoppia a Corinto una crisi riguardo alla stessa autorità di Paolo. Nella seconda lettera a noi pervenuta, che sembra risultare dalla fusione di più testi inviati in tempi diversi, troviamo perciò una difesa della sua missione di apostolo attaccato da propagandisti giudeo-cristiani (cf. 2 Cor 10-13), la preparazione della sua prossima visita (cf. 2 Cor 1-7), indicazioni circa l´organizzazione di una colletta a favore delle comunità cristiane povere della Palestina come segno della comunione tra Chiese sorelle (cf. 2 Cor 8-9).

La lettera ai Filippesi è inviata con molta probabilità da Efeso, sempre negli anni 55-56 d.C., in occasione di una prigionia di Paolo in quella città. I cristiani di Filippi avevano inviato all´apostolo aiuti materiali e questi li ringrazia e approfitta per informarli della sua situazione e del suo stato d´animo: "Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno" (Fil 1,21). Li esorta pure all´unità nell´umiltà, con l´inno all´umiliazione-glorificazione di Cristo (cf. Fil 2,5-11), e li mette in guardia contro agitatori giudeo-cristiani (cf. Fil 3,1-4,2).

In questo stesso periodo Paolo scrive la lettera ai Galati, che si può collocare intorno al 57 d.C., inviata da Efeso o dalla Macedonia. L´attacco dei giudeo-cristiani ha sconvolto le comunità di Galazia e Paolo interviene alla sua maniera, con passione e veemenza. Con passione difende la sua autorità di apostolo raccontando la sua vocazione e missione (cf. Gal 1-2); con veemenza dimostra la sua tesi di fondo, che è anche il "suo" vangelo: si è salvi solo in forza dell´adesione incondizionata, cioè della fede in Cristo, e non per la pratica delle opere della legge giudaica (cf. Gal 3-4). Il cristiano è chiamato alla vera libertà, con la quale la fede è resa attiva e operante nella carità (cf. Gal 5-6).

La più estesa tra le lettere paoline è quella ai Romani, che è anche la più importante per comprendere il pensiero di Paolo sulla giustificazione del peccatore ad opera di Dio, mediante la redenzione di Cristo e il dono dello Spirito. È questo anche lo scritto che approfondisce rapporti e differenze tra ebraismo e cristianesimo; nello stesso tempo chiarisce come ogni differenza religiosa, razziale, sessuale, ecc. sia superata nella fede in Cristo. La comunità di Roma non è stata fondata da Paolo, tuttavia egli pensa di recarvisi per completare la sua missione di apostolo dei pagani. Per questo si fa precedere da questa esposizione sistematica della sua dottrina sulla giustificazione e sulla vita in Cristo e nello Spirito, che ha già avuto occasione di esporre in modo più sintetico e polemico nella lettera ai Galati. La lettera ai Romani sembra inviata da Corinto, dove Paolo è per la colletta, verso il 58 d.C. Di lì si porterà a Gerusalemme, per poi passare appun to a Roma.

Dalla prigionia romana (61-63 d.C.) Paolo invia un biglietto a Filemone, ricco proprietario che si è fatto cristiano, al quale rimanda un suo antico schiavo, Onèsimo, che egli ha convertito in prigionia. L´apostolo invita il padrone a trattarlo "come un fratello carissimo" e "come se stesso" (Fm 16-17). Seppure senza condannare direttamente l´istituto della schiavitù, Paolo ne cambia l´anima: lo schiavo non è più una cosa, è un fratello.

Le lettere che seguono, più che opera di Paolo, negli studi più recenti vengono considerate testimonianza della fecondità della tradizione paolina: ispirate alla dottrina e alla prassi ecclesiale dell´apostolo, ne prolungano l´insegnamento nelle situazioni nuove, legate all´evolversi della istituzione ecclesiale, al sorgere di deviazioni dottrinali e pratiche, alle esigenze di consolidare il patrimonio di fede ricevuto.

A Colossi la comunità è scossa da una dottrina d´origine ebraica e pagana. Contro teorie che esaltano il ruolo di misteriose potenze celesti, la lettera ai Colossesi propone una riflessione approfondita sulla persona e sul ruolo di Cristo, "capo" della Chiesa e dell´intero creato.

La lettera agli Efesini riprende e amplifica il contenuto della lettera ai Colossesi, utilizzando temi presenti nelle lettere di cui siamo certi che sono state scritte da Paolo. Ne vien fuori una nuova sintesi del pensiero paolino, centrata su Cristo e sulla Chiesa e interessata a mostrare l´impegno dei cristiani all´interno della comunità ecclesiale, della famiglia e della società.

1 e 2 Timoteo e Tito vengono chiamate "lettere pastorali", in quanto hanno di mira il governo della comunità ecclesiale. Queste lettere riflettono una situazione ecclesiale più sviluppata, che le caratterizza pertanto con ancor più evidenza come opera della tradizione paolina. Esse si preoccupano di dare direttive sulla organizzazione delle comunità locali e sulla lotta contro i falsi maestri che sconvolgono la loro fede. Da ciò l´impegno a "custodire" il deposito della fede, la sana dottrina, e a formare degni ministri. L´invio di queste lettere a Tito e a Timoteo, discepoli diretti e preziosi di Paolo, intende dare prestigio all´insegnamento che propongono. In 2 Tm 4,6-8 è tracciato, in modo personalizzato e commovente, il "testamento spirituale" dell´apostolo.

 

Tutte le lettere paoline

S. Paolo

Le lettere paoline nascono e si sviluppano in genere per il bisogno di completare la predicazione orale che Paolo aveva tenuto nelle varie comunità cristiane e come mezzo per risolvere interrogativi e illuminare situazioni nuove determinatesi in esse. Lo stile è immediato. Nella nostra Bibbia si presentano con quest'ordine: Romani; 1 e 2 Corinzi; Galati; Efesini; Filippesi; Colossesi; 1 e 2 Tessalonicesi; 1 e 2 Timoteo; Tito; Filemone. Dal punto di vista storico l'ordine è diverso. Nel corso del secondo viaggio missionario, intorno al 50 d.C., Paolo fonda la Chiesa di Tessalonica. La sua permanenza nella città è brevissima, a causa dell'ostilità dei giudei, così che la formazione dei cristiani rimane incompleta. La 1 Tessalonicesi, scritta da Corinto qualche tempo dopo, richiama l'esperienza della evangelizzazione e vuole chiarire alcuni punti dottrinali - in particolare quelli connessi alla condizione dei morti al momento della "parusìa", cioè dell'avvento del Cristo glorioso - o di comportamento. La 2 Tessalonicesi è più difficile a datarsi e c'è chi giunge a dubitare che possa essere attribuita a Paolo. La lettera si propone di tranquillizzare i cristiani sulla venuta gloriosa del Signore, considerata da loro come imminente (cf. 2 Ts 2), e a spingerli a vivere nell'operosità. Contro la pigrizia di alcuni, Paolo arriva a dire: "Chi non vuol lavorare neppure mangi" (2 Ts 3,10). Le due lettere ai Corinzi sono scritte da Efeso negli anni 55-56 d.C. A Corinto Paolo è stato un anno e mezzo e vi ha fondato una comunità numerosa e vivace, composta in prevalenza di ex-pagani. Informato dei problemi che agitano la comunità, Paolo risponde con una prima lettera condannando le fazioni sorte tra i cristiani, legate ai vari predicatori (cf. 1 Cor 1,10-4,21); corregge vizi, tra cui un caso di incesto (cf. 1 Cor 5), e disordini, in specie nei comportamenti assembleari (cf. 1 Cor 7-14); chiarisce dubbi circa la risurrezione dei corpi (cf. 1 Cor 15). Dopo l'invio della prima lettera, scoppia a Corinto una crisi riguardo alla stessa autorità di Paolo. Nella seconda lettera a noi pervenuta, che sembra risultare dalla fusione di più testi inviati in tempi diversi, troviamo perciò una difesa della sua missione di apostolo attaccato da propagandisti giudeo-cristiani (cf. 2 Cor 10-13), la preparazione della sua prossima visita (cf. 2 Cor 1-7), indicazioni circa l'organizzazione di una colletta a favore delle comunità cristiane povere della Palestina come segno della comunione tra Chiese sorelle (cf. 2 Cor 8-9). La lettera ai Filippesi è inviata con molta probabilità da Efeso, sempre negli anni 55-56 d.C., in occasione di una prigionia di Paolo in quella città. I cristiani di Filippi avevano inviato all'apostolo aiuti materiali e questi li ringrazia e approfitta per informarli della sua situazione e del suo stato d'animo: "Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno" (Fil 1,21). Li esorta pure all'unità nell'umiltà, con l'inno all'umiliazione-glorificazione di Cristo (cf. Fil 2,5-11), e li mette in guardia contro agitatori giudeo-cristiani (cf. Fil 3,1-4,2). In questo stesso periodo Paolo scrive la lettera ai Galati, che si può collocare intorno al 57 d.C., inviata da Efeso o dalla Macedonia. L'attacco dei giudeo-cristiani ha sconvolto le comunità di Galazia e Paolo interviene alla sua maniera, con passione e veemenza. Con passione difende la sua autorità di apostolo raccontando la sua vocazione e missione (cf. Gal 1-2); con veemenza dimostra la sua tesi di fondo, che è anche il "suo" vangelo: si è salvi solo in forza dell'adesione incondizionata, cioè della fede in Cristo, e non per la pratica delle opere della legge giudaica (cf. Gal 3-4). Il cristiano è chiamato alla vera libertà, con la quale la fede è resa attiva e operante nella carità (cf. Gal 5-6). La più estesa tra le lettere paoline è quella ai Romani, che è anche la più importante per comprendere il pensiero di Paolo sulla giustificazione del peccatore ad opera di Dio, mediante la redenzione di Cristo e il dono dello Spirito. È questo anche lo scritto che approfondisce rapporti e differenze tra ebraismo e cristianesimo; nello stesso tempo chiarisce come ogni differenza religiosa, razziale, sessuale, ecc. sia superata nella fede in Cristo. La comunità di Roma non è stata fondata da Paolo, tuttavia egli pensa di recarvisi per completare la sua missione di apostolo dei pagani. Per questo si fa precedere da questa esposizione sistematica della sua dottrina sulla giustificazione e sulla vita in Cristo e nello Spirito, che ha già avuto occasione di esporre in modo più sintetico e polemico nella lettera ai Galati. La lettera ai Romani sembra inviata da Corinto, dove Paolo è per la colletta, verso il 58 d.C. Di lì si porterà a Gerusalemme, per poi passare appun to a Roma. Dalla prigionia romana (61-63 d.C.) Paolo invia un biglietto a Filemone, ricco proprietario che si è fatto cristiano, al quale rimanda un suo antico schiavo, Onèsimo, che egli ha convertito in prigionia. L'apostolo invita il padrone a trattarlo "come un fratello carissimo" e "come se stesso" (Fm 16-17). Seppure senza condannare direttamente l'istituto della schiavitù, Paolo ne cambia l'anima: lo schiavo non è più una cosa, è un fratello. Le lettere che seguono, più che opera di Paolo, negli studi più recenti vengono considerate testimonianza della fecondità della tradizione paolina: ispirate alla dottrina e alla prassi ecclesiale dell'apostolo, ne prolungano l'insegnamento nelle situazioni nuove, legate all'evolversi della istituzione ecclesiale, al sorgere di deviazioni dottrinali e pratiche, alle esigenze di consolidare il patrimonio di fede ricevuto. A Colossi la comunità è scossa da una dottrina d'origine ebraica e pagana. Contro teorie che esaltano il ruolo di misteriose potenze celesti, la lettera ai Colossesi propone una riflessione approfondita sulla persona e sul ruolo di Cristo, "capo" della Chiesa e dell'intero creato. La lettera agli Efesini riprende e amplifica il contenuto della lettera ai Colossesi, utilizzando temi presenti nelle lettere di cui siamo certi che sono state scritte da Paolo. Ne vien fuori una nuova sintesi del pensiero paolino, centrata su Cristo e sulla Chiesa e interessata a mostrare l'impegno dei cristiani all'interno della comunità ecclesiale, della famiglia e della società. 1 e 2 Timoteo e Tito vengono chiamate "lettere pastorali", in quanto hanno di mira il governo della comunità ecclesiale. Queste lettere riflettono una situazione ecclesiale più sviluppata, che le caratterizza pertanto con ancor più evidenza come opera della tradizione paolina. Esse si preoccupano di dare direttive sulla organizzazione delle comunità locali e sulla lotta contro i falsi maestri che sconvolgono la loro fede. Da ciò l'impegno a "custodire" il deposito della fede, la sana dottrina, e a formare degni ministri. L'invio di queste lettere a Tito e a Timoteo, discepoli diretti e preziosi di Paolo, intende dare prestigio all'insegnamento che propongono. In 2 Tm 4,6-8 è tracciato, in modo personalizzato e commovente, il "testamento spirituale" dell'apostolo.


Romani
I  Corinzi
II  Corinzi
Galati
Efesini
Filippesi
Colossesi
I Tessalonicesi
II Tessalonicesi
I Timoteo
II Timoteo
Tito
Filemone


Sfòrzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi, uno scrupoloso dispensatore della parola della verità.  (2 Th 2:15)."

 

Immagini di San Paolo

Gallery
St Paul at his Writing-Desk, 1629-30, Oil on wood, 47 x 39 cm, Germanisches Nationalmuseum, Nuremberg
Apostle Paul, 1635, Oil on canvas, 135 x 111 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna
The Conversion of St. Paul, 1600, Oil on cypress wood, 237 x 189 cm, Odescalchi Balbi Collection, Rome
The Conversion on the Way to Damascus. 1600, Oil on canvas, 230 x 175 cm, Cerasi Chapel, Santa Maria del Popolo, Rome
St. Paul, 1606, Oil on canvas, 97 x 77 cm, Museo del Greco, Toledo
St Paul, 1290s, Fresco, Upper Church, San Francesco, Assisi Giotto di Bondone
Philippian Jailer with Paul and Silas, 1900s religious illustration.
Valentin de Boulogne (ca 1594-1632) or Nicolas Tournier (1590-1638),  ................................................... Saint Paul Writing His Epistles (1620), oil. Blaffer Foundation Collection, Houston, TX.
St. Paul, Catacombs of Praetextatus, fresco, fourth century.
Catacomb picture of Peter and Paul with the Chi-Rho symbol between them. Gravestone for the boy Asellus. Marble catacomb inscription, Pio Cristiano: Vatican Museum
Saint Paul with his book (rotulus), Arian Baptistry, Ravenna.
Saint Paul, Archbishop Andrea's palace chapel, Ravenna.
Tondo with Saint Paul, Assisi, Upper Basilica.
St Paul Preaching in Athens, Raphael, 1513-1514.
St Paul and St Peter, El Greco, 1587-1592.
St. Paul, Georges de La Tour, 1615-1620.

 

 

Why St. Paul is such an important ecumenical figure

As Pope Benedict and leaders of other Christian Churches inaugurate the Pauline Year, Cardinal Walter Kasper explains why St Paul is such an important ecumenical figure ...