♦Riguardo a Missionarie della Carità

 

  La famiglia spirituale fondato da Madre Teresa

 

  

   Esperienze:

 

 

L’esperienza è stata meravigliosa e significativa – indimenticabile.

 

Lavorare in Kalighat è stata un'esperienza che mi ha cambiato la vita

 

"Ho sete" definisce la mia esperienza al servizio dei più poveri dei poveri

 

Il lavorare come volontario con le Missionarie della Carità di Madre Teresa a Kolkata è stato più ancora che un’ esperienza gratificante.

 

♦La nostra luna di miele sulle orme della Santa Madre Teresa

 

 

 

 

L’esperienenza è stata meravigliosa e significativa – indimenticabile.

 

Kalighat è il luogo dove ho trascorso tre memorabili mattinate come volontario. L’ospedale, fondato da Madre Teresa nel 1950, è diretto dalle Missionarie della Carità con l’aiuto di volontari. Lavorando in quel luogo,mi sono reso conto 1) quanto noi americani siamo privilegiati e 2) come siamo eccessivamente regolati da norme qui negli Stati Uniti. ....

 

Era il mese di settembre quando per la prima volta sono entrato a kalighat: il luogo era estremamente Spartano e pulito, ma soddisfacente e ho detto ad una suora (tutte le suore parlano inglese), “Desidererei offrire il mio servizio come volontario.”

 

“Perfetto,” mi disse. “vai là e aiuta quella persona a lavare i pazienti.”

 

Questo è stato tutto. Non c’è stato bisogno di riempire alcun formulario, nè di prendere le impronte digitali o di presentare il numero di assicurazione sociale. Niente di tutto questo. Più tardi hanno preso il mio nome e il mio indirizzo e mi hanno inviato un biglietto di ringraziamento.

 

Così insieme ad un altro volontario ho caricato un paziente scheletrico nella zona dei bagni, dove ho usato soltanto una brocca di plastica per versare dell’acqua tiepida sulla testa, la schiena, il torso, le braccia e le gambe di quel uomo. Poi dopo aver insaponato tutto il suo corpo, l’ho risciacquato e asciugato. Un altro volontario mi ha aiutato a riportare il paziente al suo lettino dove l’ho rivestito con un pigiama pulito.

 

Trascorrevo la maggior parte della mattinata bagnando i pazienti. Ho anche usato dell’olio Johnson’s per bambini per massaggiare il cuoio capelluto, la schiena e gli arti di alcuni degli uomini; molti di loro sembravano gradire quei massaggi.

 

Ho anche aiutato alcuni a ingerire delle pastiglie e una volta ho versato un cucchiaio di glucosio nella bocca di un giovane, paralizzato in seguito a una caduta, che non era nemmeno in grado di inghiottire. Il glucosio scivolò velocemente dalla bocca alla sua gola. Non poteva né parlare né muoversi. Soltanto mi fissava senza alcuna espressione.

Un’altra mattina ho aiutato altri volontari, la maggior parte dei quali erano studenti provenienti da ogni parte del mondo a lavare i pigiami degli uomini e delle donne. Il bucato si faceva con la mani e con i piedi.

 

Il primo “ciclo” consisteva nel calpestare in acqua insaponata gli indumenti sporchi, come se i pigiami fossero grappoli d’uva. Gli indumenti venivano poi risciacquati a mano in una altro catino ed infine immersi in un catino dove io lavoravo con altri due studenti. Il nostro lavoro era quello di risciacquarli in un disinfettante, strizzarli e passarli ad un altro volontario che li stendeva al sole nella terrazza sul tetto.

 

Nella terza mattinata ho aiutato a lavare piatti, a mano, naturalmente, piatti di metallo, tazze e cucchiai sistemati in basse tinozze sul pavimento.

 

Da un’altra parte ho visto alcune volontarie, donne di mezza età, che cucivano a macchina. Penso che stessero riparando coperte e pigiami.

 

I pazienti sono “i più poveri tra i poveri”, che non hanno alcun altro posto dove andare. Madre Teresa non voleva assolutamente che nessuno morisse nella strada, indesiderato.

 

Ho lavorato soltanto per tre mattine, ma altri volontari lavoravano per un mese e anche più. Il lavoro di volontariato è certamente gratificante, l’esperienza è stata meravigliosa e significativa – indimenticabile.

 

Il lavoro di volontariato con le Missionarie della Carità di Madre Teresa a Calcutta è stato molto più di una esperienza appagante.

 

 

 

 

 

 

 Il lavoro di volontariato con le Missionarie della Carità di Madre Teresa a Calcutta è stato molto più di una esperienza appagante.

 

 

Per Esmeralda Bernal, una studentessa spagnola di scienze sociali, l’offrire il suo servizio come volontaria presso le Missionarie della Carità di Madre Teresa a Calcutta è stato molto di più di un’ esperienza gratificante. Ogni mattina si sveglia presto nel suo hotel situato in Suder Street e si reca alla Casa Madre in AJC Bose Road dove si presenta per conoscere il suo assegnamento per la giornata. La prima colazione viene servita per tutti i volontari provenienti da tutte le parti del mondo, poi alle 7 am ognuno di loro si avvia verso diverse case di assistenza intorno a Calcutta, compresa Nirmal Hriday (la casa per i moribondi), Prem Dan (una casa per malati mentali) e Shishu Bhavan (la casa per gli orfani).

 

“Prima di venire qui, speravo di poter lavorare con i moribondi. Volevo raggiungere una conoscenza più profonda del significato della morte e accompagnare coloro che pensavo necessitassero maggiormente. La mia esperienza in Nirmal Hriday è andata molto al di là di quanto mi aspettassi, “ ha detto Bernal, che si trova lì pe rtrascorrere la sua vacanza di metà semestre. Come Bernal ci sono centinaia di volontari pieni di zelo provenienti da diverse parti del mondo che sono attratti dalle Missionarie della Carità di Madre Teresa, ancor oggi, dopo ormai dieci anni dalla sua morte.

 

“In Calcutta si sente ancora ovunque la sua presenza. Alcuni suoi monumenti appaiono tra il traffico intasato e le sue fotografie coprono le pareti di internet, bar, negozii e librerie per tutta la città, “ dice Vanessa Arrington, una giornalista in viaggio da Cuba, che nel suo rapporto ha fornito estesi dettagli sul suo lavoro di Volontariato con le Missionarie della Carità. I volontari sono liberi di scegliere di la. Alcuni finiscono anche per rimanere alcuni annivorare per alcuni giorni, per un paio di settimane o per alcuni mesi. Alcuni finiscono perfino per rimanere alcuni anni. Gli assegnamenti comprendono di tutto, dal lavare il bucato al pulire i dormitori, dall’aiutare a imboccare o a lavare i pazienti, fino a dedicare un po di tempo alle centinaia di persone che sono oggetto di cura e attenzione in queste case.

 

L’esperienza di volontariato mi ha fatto uscire dai miei confini di sicurezza e comodità. Ho dovuto tagliare le unghie dei piedi di alcune donne, togliere le pulci dai loro capelli e cercare di iniziare una conversazione con loro, “ dice Hilda Adler, una studentessa di letteratura preveniente da Berlino in Germania. I volontari generalmente lavorano per sei giorni alla settimana. Possono scegliere tra il turno della mattina o quello del pomeriggio, ma molti stranieri pieni di zelo finiscono con sceglierli entrambi. Comunque, molto presto si accorgono di quanto ciò sia pesante. “ Volevo lavorare in entrambi i turni, ma l’intensità dell’esperienza e il caldo mi hanno quasi distrutto. Così ora lavoro soltanto in un turno giornaliero, “dice Jacques Boucher, , un MBA studente di Parigi.

 

Contrariamente a quanto si pensi, non è necessario che i volontari siano cattolici e nemmeno credenti. L’idea è di dare ad ognuno la possibilità di uscire all’incontro di altre persone. “Ero un poco scettico pensando che questa dovesse essere necessariamente un’esperienza religiosa, ma grazie a Dio non lo è stata. E’ stata un’esperienza spiriuale,” dice ChrisMartin, degli Stati Uniti, che sta organizzandosi per rimanere a Darjeeling ed aprire lì una scuola per i poveri

 

Il programma di volontariato, comunque, attira un vasto numero di cattolici e di cristiani, ma tutti sono invitati ad assistere alla Messa delle 6 della mattina e all’ora di adorazione nel pomeriggio presso la Casa Madre.

 

First published in www.expressindia.com 2008.09.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Volontariato con le Missionarie della Carità di Madre Teresa

By David Jolly

KOLKATA, India – Sono le 9 del mattino qui a Prem Dan, una casa di accoglienza a lungo termine diretta dalle Missionarie della Carità di Madre Teresa, ma già i miei compagni volontari ed io siamo inzuppati di sudore mentre ci chiniamo su vasche piene d’ acqua, lavando a mano i panni di quasi un centinaio di pazienti.

 

E’ un lavoro pesante, specialmente nel caldo afoso dell’inizio di giugno. Sei volontari strofinano i vestiti in acqua insaponata, il resto dei volontari, io stesso compreso, risciacquano e strizzano gli indumenti prima di essere stesi ad asciugare nel torrido sole che precede la stagione dei monsoni. Con i miei 44 anni mi considero quasi un uomo anziano e, inizialmente, temo di non poter tenere il passo con il gruppo di ventenni che lavorano con me, ma presto riesco a prenderne il ritmo. Esiste qui un forte senso di lavoro di squadra, e quando una camicia bagnata vola sfiorando la mia orecchia, buttando la mia palla nell’acqua, mi giro a guardare il colpevole che sogghigna e rido insieme a tutti gli altri.

 

Tutti conoscono molto bene Madre Teresa, il premio Nobel per la Pace che morì nel 1997, ma non tutti sanno che l’ordine delle suore cattoliche da lei fondato in questa città, dapprima conosciuta con il nome di Calcutta, continua il suo lavoro e che le sorelle e i fratelli dell’ordine accolgono volontari mentre si sforzano di adempiere il loro voto di servizio ai più poveri tra i poveri.”  Diversamente dalla maggior parte dei volontari, alcuni dei quali hanno pianificato la loro visita con mesi o persino con anni di anticipo, io sono venuto quasi per capriccio. Mi trovavo già in India da tre settimane, in un viaggio di studio con un gruppo di assistenti sociali americani, ma stanco della lentezza del viaggio, mi sono staccato dal gruppo nello stato sud-occidentale del Kerala,e con un paio di voli economici, ho attraversato il paese per raggiungere Kolkata.

 

Mi è stato facile trovare la via che porta alla Casa Madre, la sede ufficiale delle Missionarie della Carità. A colazione, il giorno successivo al mio arrivo, ho incontrato un gruppo di americani in un ristorante in Sudder Street, dove la maggior parte degli ospiti stranieri trova facilmente un alloggio. Stavano per iniziare il lavoro di volontariato e mi hanno invitato ad unirmi a loro per assistere quello stesso pomeriggio ad una sessione di orientamento.

 

Nella Casa Madre, ho incontrato volontari provenienti da tutto il mondo, francesi, italiani, giapponesi coreani,di lingua spagnola, tedeschi, americani, canadesi e irlandesi. Nonostante si formino, come è naturale, gruppetti di persone della stessa nazione o della stessa lingua, il lavoro comune aiuta ad avvicinare le persone più diverse. Molti volontari viaggiano regolarmente in un particolare periodo dell’anno, mentre altri hanno per la prima volta lasciato il loro paese, (Rimango a bocca aperta nel vedere una coppia di americani del centro-ovest violare una regola essenziale per un viaggiatore indiano, mangiare insalata in un ristorante locale. Per certo entrambi abbandonano il loro incarico per 48 ore). Alcuni volontari sono medici o assistenti sociali; ci sono alcuni impiegati e molti studenti. Il più giovane volontario che ho incontrato aveva 17 anni, il più anziano era probabilmente molto al di là dell’età di pensione.

 

Alla sessione di orientamento siamo informati sulla storia della congregazione, vengono offerti alcuni consigli nel modo con cui trattare mendicanti e i vagabondi e viene assegnato a ciascuno il proprio lavoro.

Mi assegnano ad un gruppo chiamato Nabo Jibon, dove lavorerò con ragazzi adolescenti severamente handicappati.

 

Quando il giorno dopo arrivo a Nabo Jibon, dopo un viaggio di 45 minuti su due autobus dalla Casa Madre, scopro che la maggior parte dei lavori più pesanti – cucinare, pulire e lavare – viene effettuato dalle donne locali e dalle giovani novizie. Gli altri volontari, io compreso, ci sediamo e parliamo con uno dei ragazzi, insegnano l’alfabeto, giochiamo con loro al pallone, li spingiamo sull’altalena e li aiutiamo a mangiare al momento della colazione. Scopro che il mio modo di cantare, che in altri luoghi non ha grande successo, fa gran colpo qui e i ragazzi applaudono, ridono o sorridono ai miei sforzi. Un ragazzo che sembrava completamente estraniato dal mondo, salta improvvisamente in piedi e inizia a ballare quasi in estasi quando intono la melodia del “canto della gioia” tratta dalla 9°Sinfonia di Beethoven.

 

Un’assistente sociale del Nebraska, Liz, per la seconda volta volontaria a Kolkata, mi spinge a prestare il mio servizio anche in altri luoghi. “Non stai facendo un’esperianza “vera”, mi brontola in continuazione.

 

Così, pochi giorni dopo, ho trascorso un pomeriggio a lavorare in un luogo chiamato Nirmal Hriday. Mi ci sono avvicinato con un po’ di trepidazione. Kalighat, un altro nome con cui questo luogo è conosciuto, a causa del tempio induista con cui è associato, è un ospizio per i moribondi ed è stata la prima casa fondata da Madre Teresa. Ha una capacità più o meno di 150 letti che lasciano poco spazio libero tra di loro, con uomini e donne in due separate sezioni. Molti di loro sono anziani e malati, ma nessuno sembra soffrire particolarmente.

 

 

Invece della solenne e oppressiva atmosfera che mi avevano anticipato, trovo un’attività frenetica e, ancora una volta, un meraviglioso spirito di amicizia e collaborazione tra i volontari. Le suore vengono da tutto il mondo, compresa l’India e sono cordiali ed estremamente efficienti. Ma mentre gli altri volontari hanno maggior esperienza e sembrano sapere esattamente quello che stanno facendo, io ho solo l’impressione di stare imparando, e dopo aver massaggiato con la mano e chiacchierato per alcuni minuti con i pazienti, sto aspettando con ansia che mi diano un lavoro. Quando una infermiera italiana mi chiede di aiutare a imboccare un uomo anziano, cieco e quasi completamente senza denti, con qualcosa che mi sembra una crema di banana, salto dalla gioia all’idea di poter essere utile.

 

Questa esperienza mi convince del fatto che i volontari a lungo termine sono molto più preziosi di noi che veniamo quasi da turisti. Ho incontrato un volontario giapponese, Hide, un equilibrato uomo di mezza età, che in Kalighat, è incaricato del lavaggio dei piatti. Ha lavorato per l e suore in India, and anche in Etiopia per diversi anni. Ha lasciato il Giappone nel fiore della sua attività per aiutare i poveri. E’ così serio e competente in questa primitiva operazione di lavaggio (un importantissimo lavoro in questo tipo di istituzione), che facilmente lo posso immaginare come ufficiale del controllo di qualità in una produzione di fabbrica.

 

Successivamente sono venuto a conoscenza che la maggior parte dei pazienti soffrono di tubercolosi. Ho un bambino piccolo e mi sono preoccupato del fatto di poter essere contanimato da questa malattia. Quando ho espresso la mia preoccupazione a un dottore candese di nome Luke, lui mi ha assicurato che è molto difficile che io sia contaminato da un contatto così limitato. “Io ho lavorato per parecchi mesi con pazienti affetti da tubercolosi in Nigeria, e il mio test non è ancora risultato positivo, “ mi dice, riferendosi al test che riscontra se una persona è stata in contatto con la malattia. Mi è sembrato quasi deluso.

 

Non sono cattolico, anche se molti, probabilmente la maggioranza dei volontyari, lo sono; nonstante ciò, nessuno ha cercato di convertire me o nessun altro che io sia a conoscenza. Probabilmente le suore sono troppo occupate nel loro lavoro, ma, comunque,sarebbe difficile trovare una propaganda di fede più efficacie di quanto possa essere il loro esempio. Nonostante ciò ho cominciato ogni mattina con la Messa delle 6 nella Casa Madre, dove noi volontari sediamo a gambe incrociate, sul pavimento, in un lato della cappella, già grondanti di sudore. Le suore, nel loro bianco sari e i sacerdoti nelle loro casacche soffrono in silenzio. Alcuni ventilatori elettrici rimuovono l’aria umida. Dopo aver condiviso la prima colazione a base di banana, pane bianco e un te con latte e molto zucchero, chiamato “chai”, cantiamo alcuni inni religiosi, recitiamo una preghiera e poi siamo fuori all’ora di punta nel traffico di Kolkata in cerca di un passaggio in autobus per arrivare al nostro posto di lavoro.

 

Kolkata, la capitale dello stato del West Bengala, è famosa per la sua musica e la sua arte. E’ seconda soltanto a Mumbai e a Delhi tra le città indiane, con una popolazione di circa 14 milioni di abitanti su una vasta estensione. Alcune orgogliose persone del luogo insistono nel dire che la reputazione della città è peggiore di quanto sia la realtà e che c’è qualcosa di euforico nel muoversi in questo mare di umanità. Ma anche un visitatore che venga per la prima volta e che abbia esperienza di altri paesi dell’Asia, può senza dubbio rendersi conto del livello eccezionale della miseria e della fame evidente sui volti di centinaia di persone che ho visto dormire sui marciapiedi, ogni mattina durante il mio cammino verso la Casa Madre.

 

Per un visitatore che non abbia esperienza del terzo mondo, è necessario un periodo di adattamento alle piccole ruberie, all’aria puzzolente,alla folla soffocante, ai bagni e ai gabinetti all’aperto. Sono arrivato ai primi di giugno, proprio quando si stava iniziando la stagione monsonica e una mattina ho speso alcune ore cercando riparo sotto un fragile tetto, inzuppato da un gran acquazzone, mentre il traffico veniva ostacolato da un diluvio che aveva innondato l’intera città. Ma tutto contribuisce a completare l’esperienza.

 

Per concludere, Prem Dan, la casa per i convalescenti, è il luogo in cui mi sembra di essere stato più utile; qui i volontari lavorano realmente duro e persino dei lavoratori incompetenti ( ad esempio i giornalisti) sono utili qui. Ritornando al luogo del bucato, una volta terminato di lavare i panni, l’acqua insaponata viene riusata, raccolta in secchi e caricata per lavare i corridoi e i passaggi della casa. Al termine della pulizia dei corrridoi, il caldo afoso mi ha reso completamente stordito. Alla fine ho pensato di mettermi almeno un cappello.

 

A metà della mattinata offriamo ai pazienti una merenda con latte caldo, e dopo aver preso velocemente una tazza di te, mi trovo affaccendato nel compito di preparare il pranzo. Scambio qualche storia con un giovane bengalese e una copia di cordiali volontari americani, mentre togliamo i semi di un jackfruit che ci scivolano tra le mani. Dopo aver dato da mangiare ai pazienti, li aiutiamo ad andare al bagno, e dopo aver ripulito il locale, il nostro giorno di lavoro è terminato.

 

Tutto quello che a questo punto sono in grado di fare è di consumare il mio pranzo e poi di crollare per un’ora o due nella stanza del mio hotel.

 

L’idea di andare ad aiutare le Missionarie della Carità potrebbe sembrare scoraggiante, ma in realtà non c’è niente di più semplice. Mi sono presentato al’Aereoporto di Kolkata, Netaji Subhash dopo le 10 di sera, senza aver riservato alcun posto in un hotel e senza conoscere nessuno. Un taxi mi ha portato in Sudder Street, dove ho trovato posto in un hotel – non si trova questo indirizzo in nessuna delle lussuose guide turistiche - e ho appreso tutto ciò che necessitavo sapere riguardo al lavoro di volontariato, semplicemente chiedendo informazioni.

 

Io ho avuto occasione di viaggiare altre volte in India prima della mia esperienza nella Casa Madre, ma ho incontrato un buon numero di volontari che sono venuti direttamente a Kolkata, decisi di spendervi l’intero periodo del loro viaggio. Questo può sembrare vergognoso, perché potranno vedere ben poco della famosa cultura e delle ricchezze artistiche dell’India. I volontari lavorano duro, e il caldo afoso, e l’alto grado di inquinamento della città facilmente portano a dover spendere non poco tempo nel letto dell’hotel, fissando il ventilatore affisso al soffitto.

 

Tutti ciò che posso dire è questo: l’organizzazione che ha creato a Kolkata attira un gran numero di volontari, persone interessate e di gran cuore, e io mi considero fortunato di avere avuto una piccola parte in questo.

 

 

 

 

 

 

 

 

♦Suore Attivi   ♦Suore  Contemplativi

♦Fratelli  Attivi   ♦Fratelli  Contemplativi

♦Padri

♦Movimento per Sacerdoti Corpus Christi

♦Collaboratori e i collaboratori ammalati e sofferenti

♦Volontari di Madre Teresa

 ♦ Missionari Laici della Carità (LMC)

Lettere ai Collaboratori,  Collaboratori malati e sofferenti,

al Movimento dei Laici e ai volontari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Testo © Mother Teresa Center of the Missionaries of Charity

 

  

Tutti conoscono molto bene Madre Teresa, il premio Nobel per la Pace che morì nel 1997, ma non tutti sanno che l’ordine delle suore cattoliche da lei fondato in questa città, dapprima conosciuta con il nome di Calcutta, continua il suo lavoro e che le sorelle e i fratelli dell’ordine accolgono volontari mentre si sforzano di adempiere il loro voto di servizio ai più poveri tra i poveri.”  Diversamente dalla maggior parte dei volontari, alcuni dei quali hanno pianificato la loro visita con mesi o persino con anni di anticipo, io sono venuto quasi per capriccio. Mi trovavo già in India da tre settimane, in un viaggio di studio con un gruppo di assistenti sociali americani, ma stanco della lentezza del viaggio, mi sono staccato dal gruppo nello stato sud-occidentale del Kerala,e con un paio di voli economici, ho attraversato il paese per raggiungere Kolkata.